shopping s.m. inv. L’andare per negozi a fare compere.
Dal Dizionario della Lingua Italiana Hoepli.
Shopping: può, il termine, riassumere le intenzioni del sabato pomeriggio appena trascorso? Mangio il tramonto come un cono gelato a cavallo di una collina mentre guardo il sole stendele lenzuola d’ombra e nascondersi oltre l’orizzonte: è un’ora buona per tirar le somme o sbagliare di nuovo i conti che i registratori di cassa mi hanno risparmiato; la crisi, io, la provoco per indole.
Ero convinto, lo ammetto: avrei fatto quel giro demoniaco per tutti i negozi del centro commerciale e avrei trovato l’abbigliamento adeguato, quella maglia, quel pantalone, quei guanti… – ho sbagliato stagione, diomio! – che mi sarebbero piaciuti; come riuscire nell’impresa dopo che mio fratello mi ricorda il numero di negozi visitati? Ero certo che stavolta non avrei rimandato la desiderata/odiata scelta di qualcosa per me. Ho scoperto, ahimé, che anche i castelli di sabbia meglio costruiti vengono giù con un bel soffio.
La signorina X, al lettore non interesserà il nome, l’aveva detto: non mi ci vedeva proprio a far shopping. Come poter contraddire il suo presentimento se, a dir la verità, neanche io mi ci vedo troppo? La mia natura è un errore: come vestirmi, quando, perché, se accostati a punti interrogativi diventano le domande riverberanti nella testa (appena trovo parcheggio).
Il centro commerciale è sempre lo stesso; voglio dire: lo stereotipo non si smentisce e il sabato c’è un’amplificazione fenomenologica dovuta alla massa di lavoratori che approfittano così del loro tempo libero. Io evito sempre certi giorni e certi orari, ma questa volta no: durante la settimana non ho mai tempo e Leonardo, il quale mi accompagna paziente, ha da fare; il compromesso è stato il primo pomeriggio, un poco in ritardo.
Appena si aprono le porte automatiche sono inconfondibili due cose: l’aria condizionata e la musica da best seller (cioè miglior venditore). «Andiamo ad affogarci nell’aria condizionata dei centri commerciali, andiamo a scoparci i manichini in vetrina.» Il parcheggio di solito brucia già prima l’orario di apertura: quando il cliente entra subisce quella sensazione di paradiso effimero che fa godere in pieno il momento, pausa, e invoglia a rimanere lì, passeggiando in processioni scomposte; inconsciamente si acquista anche per noia! Poi c’è la musica: dio, quanto odio quella musica. A pensare che alla maggioranza piace quella roba – sennò non la passerebbero già nei parcheggi con gli altoparlanti – mi viene un’infelicità universale, per tutti. Lei c’è; appena si svolta una curva si sente l’urto di due carrelli e poi ricomincia un ritornello che si è già ripetuto quindici volte: sempre la stessa roba… Non cambia niente.
Andare in giro per i negozi per me è un rito. Prima faccio il tour delle vetrine con passo veloce: sto attento ai colori, alle persone che entrano ed escono e a non inciampare o urtare qualcuno. Dopo questa prima fase ho già in mente l’elenco dei negozi in cui entrerò a cercare qualcosa e seguirò l’ordine della lista: qui, là, aspetta!, sì. Solo in seguito deciderò cosa e dove comprare, se la ricerca è andata a buon fine. Quando devo acquistare qualche capo d’abbigliamento mi pare sempre di partire in guerra: anche adesso che sto raccontando ho come l’impressione che ogni gesto apparentemente non premeditato nell’attività dello shopping sia invece una precisa azione di una più grande strategia. È una malattia?
Oggi non ho comprato niente. Mi sono impegnato, caz*o, ma né mio fratello, né me sono riusciti a farmi decidere su questa o quella maglia o su un paio di pantaloni: avevo le carte in regola per essere il buon acquirente, ma non ne ho avuto il coraggio, così da rimandare, sconfitto. Compulsivo mi sono interessato di più ai fidanzatini per mano, alle famigliole coi bimbi in mano, alle mani della gelataia, a quelle della commessa che ripiega una maglietta blu, a un signore che sfoglia un libro. I manichini sembrano non approvare la scelta del loro abbigliamento: alcuni sorridono, ma sono falsi; altri sono decapitati. Ammiro gli abiti indossati da modelle di plastica dai seni perfetti: le vetrine sono pulite, le luci buone, non riflettono l’immagine di me. Faccio ancora un giro, poi decido di uscire (a mani vuote).