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Prima della sveglia. Pensamento dolce

Venerdì, Settembre 18th, 2009

Pezzi8.30. Il sole alto lampeggia alla finestra e, dopo un’abitudine di giorni nuvolosi, un mattino così fa pensare: «Non è suonata la sveglia, caz*o.» C’è ancora poco traffico nella via davanti casa: mancano le voci delle anziane affacciate ai palazzi accanto, l’urlo del clacson del fruttivendolo è muto, qualche macchina che passa fa affidamento sulle marce medie perché la strada è libera e si può andare, qualcun altro è pigro ma non è adatto per un racconto da eroe. C’è un’impressione che mente nel cinguettio degli uccelli e nelle ombre lunghe: guardo l’orologio – sono andato a dormire tardi stanotte, e tutto sbagliato, – sono le 7.39.

“Pensamento”, ho deciso ora il titolo del post: mi piacciono queste parole che suonano così male perché le si usa o perché sono le uniche adatte per il concetto che si vuole esprimere o perché non si cura la forma, cioè la musicalità del testo scritto. (Non pensare al ticchettio della tastiera che soffre le aritmie dei cuori degli amanti: a te, lettore, lascio solo il difficile compito che ti spetta e tutto il diritto di seminare giudizi.) È una pena saper scrivere – ecco come, iniziando un altro discorso, fugge dalla trama il racconto della colazione; «vado a controllare se ho chiuso il gas», è una paura – saper comporre insieme le parole produce, in generale, diffidenza. Mi spiego. Mentre si è abituati a conversazioni “normali” che lascio a voi intenderne il significato, quando i discorsi si fanno più “sofisticati” o elaborati nell’uso e nell’abbinamento delle parole, da sembrare citazioni per romanzi, si prova un senso di finzione; la falsità appare dietro la porta perché gli scrittori, nella concezione stereotipata di chi li pensa, inventano storie e non si limitano ad osservarle. Rivelato questo, il mio limite è quello legato alla soggezione delle battute dei copioni che scrivo e recito seppur sempre sono vero: è il motivo per cui appaiono tutti i difetti (nonostante gli abbellimenti stilistici, aggiungo). Potreste prendermi alle sei e mezzo di mattina, ad esempio, e svegliarmi a pugni: io parlerei nello stesso con cui mi esprimo qui sul blog o in ogni altro posto in cui parole sincere potrebbero essere confuse con altre menzognere perché sono miseramente reale.

Condivido la mia povertà con l’immaturità delle mie azioni: è tanto quanta. (Ecco il clacson del fruttivendolo! Sul suo camioncino, se ti affacci dalla finestra, vedi la frutta composta e allineata nelle cassette blu.) Molte persone credono di conoscermi, devo arrivare qui, ma in realtà si sbagliano. Sapervi tutti attenti, voi lettori, e non conoscere io il vostro viso, l’espressione degli occhi e il linguaggio delle mani è davvero una pena perché siete così liberi delle vostre interpretazioni che per chiunque potrei essere solo un’idea; è questo che fa male. «Hai un alter ego molto potente sul web.», disse una volta F. durante una pausa al piano del bar; non ricordo bene se l’aggettivo usato fosse stato quello, ma il concetto rimane: mi credono un eroe e invece cosa sono?, niente?, no, forse; sono solo un po’. (Metti tu il punto esclamativo, se ti piace.) Capovolgendo il quaderno e aprendolo dalla copertina di fondo ci sono, invece, altri commenti che mi riguardano, con diverse opinioni, e sono la maggioranza – mi fa sorridere ripensare a una lontana conversazione al telefono, quasi mi commuove; – ecco il riassunto: «Gilberto è un ragazzo evaso dalla vita sociale, disadattato, fragile: nel suo umore si riconoscono i sintomi di un malessere intimo e piuttosto radicato; ciò provoca un necessario pessimismo e sfiducia verso tutto ciò che lo circonda, ma è vano il tentativo di scaricare sugli altri i pesi dei suoi modi d’essere (e pensare). È una bella persona, cioè una di quelle da salvare anticipando la cura chiedendo “Su, che c’è?”. Sa scrivere e sa fare fotografie e non gli manca niente, ma è così e nessuno ha ancora scoperto il perché.»

Chiudo il quaderno aperto nel paragrafo precedente: è a quadretti; lo sapete voi che mi piacciono i fogli a quadretti larghi quattro millimetri? Ancora vi chiedete chi sono, ma non vi farò cambiare idea: quella è la vostra! (Qui metto il punto esclamativo io come una beffa, l’unica che voglio concedermi.) Gilberto è… Condivido in parte la seconda corrente di pensiero: la prima è così folle che non si regge in piedi, sta come sulle stampelle – l’immagine del castello di sabba è troppo romantica per queste sciocchezze, – basta una spinta. Devo correggere la loro mira, però, di coloro che mi giudicano così. Ho paura: non sono pessimista, piuttosto sono insicuro per certi versi e spesso lo sono di me, tradendomi; non sono l’aspirante suicida, ma se volete potrei scriverci benissimo un romanzo; poi ora ho così tante cose da fare che non troverei neanche il tempo per ammazzarmi, che credete? Sono poco, ecco, e vorrei convincermi d’essere di più come molti credono e non gli do torto. Il timore è tutto qui: io mi apprezzo, io mi amo – penso che me stesso è stata la prima persona che ho amato e continuo a farlo, – ma ho un desiderio viscerale – l’uso di certi aggettivi rafforza l’efficacia della frase – di esser qualcuno per le persone che mi vivono intorno: fu l’ultimo discorso che feci con S., lei disapprovava, poi scomparse (ma è ancora viva). Il mio non è bisogno di arrivare, imprecisione emersa nella conversazione con S., ma una necessità di essere per tutte quelle persone che per me significano qualcosa: al di là dell’importanza dei rapporti ognuna di loro mi ha fatto dono di sé, mi ha arricchito, perché siamo animali animali sociali e con un poco d’impegno anche intelligenti; quindi sono cresciuto per (a causa) loro e con loro e ho come il bisogno di lasciare un’eredità per riconoscergli il valore che per me hanno avuto e hanno – il tempo passato poco si sposa con alcuni concetti – quando poi “morirò” che non vuol dire un epilogo fisico.

Io non sono un eroe. Mi piace l’idea di un album di figurine e con il numero 123 la mia silhouette contro il tramonto e una lama affilata sul punto di decapitare la testa di un nemico, ma è una storia da cartone animato. Sono poco o tanto, cioè sono me e figuriamoci se io so giudicare me: riconosco i difetti, soprattutto quando sono la causa di dolori altrui che poi non so mai perdonarmi. Sono le mie parole e le fotografie – questo è quello che voi vedete – e ne vado così poco orgoglioso che mi critico ogni volta. (Stamattina ho cancellato una foto, ma fa parte di un progetto che… continuerà: da sola non avreste capito niente.) Sono il mio titolo di studio e gli esami che sto dando per laurearmi perché ne sono capace anche se la si pensa una strada sbagliata: ingegneria mi darà un lavoro e un ruolo, m’insegnerà il buon senso e la stabilità. Lascio che le “arti”, vili virgolette, rimangano passioni collaterali da cullare e proteggere. Digressione: a casa neanche sanno che scrivo e, onore al digitale, di mie foto ne avranno viste quattro o cinque; figuriamo il sentirmi dire «Ma hai fatto una foto ad una tazza?! E i puzzle dove li hai presi?» Sì, è solo una tazza, però è mia, mh! È l’anima del bambino capriccioso. (Prosegue qui un discorso non pubblicato che vorrò fare un giorno con una persona a me cara.) Parto dalla mia famiglia, ho poca vita sociale: è lì che è iniziato tutto nel bene e nel male; più bene, però, ho l’impressione; non mi dilungo ora.

Concludo per limitare i danni. Sto bene – c’è qualcuno da rassicurare?, – ho solo a cuore persone che quando non ci sono mi mancano e non so se è vero affetto o pura abitudine: so che ci tengo nella stessa misura con cui loro hanno dato l’impressione di tenere a me e, rischiando di scrivere un romanzo sulla mia pelle, mi hanno fatto doni che da solo non sarei mai riuscito a costruire – gli ingegneri stanno sempre a far progetti. Per tutto quello che c’è stato, per tutto quello che c’è che io non estinguo, coraggiosa determinazione, il mio comportamento si modifica fino a ridursi all’esigenza non violenta di essere, per voi. Non voglio perdervi per due parole scritte male o una fotografia sbagliata.

p.s Cambio il titolo in “Pensamento dolce”: gli aggettivi sono importanti.

Agosto. I motivi per le foto di profilo

Sabato, Agosto 1st, 2009

Agosto.
La sveglia che rompe il silenzio.
Qualcuno è in vacanza
e lei suona per ore,
che freddo che fa.

Da Agosto, Perturbazione.

VerdeAgosto: finalmente avrò qualcosa da scrivere al mio diario e quel caz*o di biografo, autore inesperto un po’ eroinomane, potrà iniziare il capitolo Agosto duemilanove del suo libretto tiratura limitata e poco successo: finora ho fatto di tutto per posticipare l’intervallo di tempo che penso trovi fine solo nel giorno del mio compleanno o in qualche data vicina (forse il suo compleanno), ma ora sono impotente, ora il caldo prepotente decide le sorti del mio quieto vivere perché non sono mai andato troppo oltre le regole: il conformismo cura.

I doveri universitari li ho messi nel cassetto il 30 di luglio. Insieme ci sono appunti, fogli scritti a metà, evidenziatori esauriti, graffette perse. Non ricordo di aver mai avuto tanta “fortuna” così in ritardo, a fine mese: sono sereno, sia per il voto ottenuto all’esame recente, sia per l’ottimismo, seppur composto, che spero mi accompagni fino agli appelli di settembre. Anche se A. sostiene che il mio futuro non appartiene all’ingegneria – sbagliando mira perché qualcun altro crede che io sappia meglio scrivere che far foto – penso di essere capace in questo percorso di studi: mi sto impegnando… Finite le vacanze dovrò dare due o tre esami, poi cercherò lavoro e piano piano concluderò un altro capitolo della vita: sembra che ci si possa leggere una trama e mi spavento; non so spiegarlo, ma non sono un libro da scrivere – biografo, prendi appunti.

È caldo. Ho scoperto, amarezza, che certi gruppi musicali locali, pluripremiati a livello regionale o provinciale, comunque poco più della sagra del porco con la mela in bocca o la festa del vino allungato con acqua, scrivono canzoni da far schifo: l’ultimo, sabato, ripeteva un verso per ritornello e strofa tanto che tutto il loro testo era ridotto a quell’insieme di cinque parole. «È caldo» ripeto allora perdio: chissà che non ne venga fuori un successo da urlare sul palco e dedicare alla tipa giù che mi guarda, occhi-bocca-bella in su, e finge di essere la mia ragazza? «Queste sono cose da adolescenti scoppiati,» dici tu, ma loro erano più grandi e magari si vantano pure di essere artisti: oggi lo sono tutti; oggi per essere alternativo non devi esserlo; la popolarità da alla testa, ma è agosto quindi addossiamo la colpa al caldo.

Devo riorganizzarmi: dare un senso ad agosto. Non amo questo mese perché: primo, io odio il caldo (semplice), m’infastidisce; secondo, i rapporti sociali si assottigliano rimango solo fino al 31!

Ieri ho iniziato a scrivere: spero di fare meglio di te, biografo. Fino al quindici non voglio dedicarmi ad altro: devo allenarmi e applicarmi anche poco tempo al giorno; ieri ho scoperto che non è una cosa semplice – lo sapevo già? – e nonostante le buone idee gli ingranaggi compositivi fanno ancora fatica a produrre parole ben legate insieme. Nel moleskine ho collezionato idee e ora devo tradurle dando loro un’apparenza estetica piacevole, che sia in sintonia con le tematiche stesse. Il progetto è quello raccogliere i pensieri in un libro e chissà se sarò mai capace di realizzare questo che, per sbaglio, chiamo sogno. Qualcuno che mi conosce solo a metà, forse di meno, ha detto che si scrive solo per se stessi: ecco, io non voglio; sennò che senso avrebbe? Si è animali sociali nonostante le apparenze e per me ho già fatto molto…

Finisco. Non mi faccio fotografare. Dal giorno della mia laurea mi tormenta un disturbo agli occhi: ogni tanto si gonfiano le palpebre, basta poco; per guarire ci impiegano mesi, come un’eternità. Dopo essere diventato miglior amico dell’oculista ho capito che la mia salute è buona, ma «sono sensibile», dice lui, e basta poco per ritrovarmi con gli occhi così. Insieme ci si mette lo stress ed è vero che queste cose accadono solo nei momenti “difficili”. Ora devo riposarmi, come suggerì P. un’estate fa, e non pensare troppo alle foto che eviterò o, al massimo, mi lascerò scattare di profilo, dall’altro lato rispetto a un anno fa perché stavolta l’occhio difettoso è quello sinistro. Ecco, non sono mai stato perfetto, ma ad agosto posso permettermelo.

Il vuoto nell’idea

Venerdì, Settembre 19th, 2008

La mia pagina biancaVoglio lezioni di creatività e un bagaglio d’intuizioni da issare in spalla.

Dopo quasi un anno dal racconto Messaggio per streghe – nell’antologia Scrittori Sommersi, 25 racconti emersi – e le seguenti due o tre chiacchiere sulla mia immaginazione di un attimo e il modo di scrivere, faccio i conti con una sterilità impensabile e la capacità di scrivere ora mi accompagna solo marginalmente, in maniera incompleta: come dire?, si nega.

Avere un’idea ma possederla solo in parte: ecco il problema. È la trama di un racconto o di un romanzo breve che percorre il tema della solitudine attraverso un monologo di emozioni e speranze quanto più possibile distante da una verosibile autobiografia: l’intenzione non è parlare di me – che, tra l’altro, c’è poco da dire – ma fotografare uno stato d’animo.

Voglio scrivere, questo è chiaro, e proprio perché lo faccio per passione, non per mestiere, mi manca la bravura per risolvere il vuoto nell’idea: ho pensato la scena iniziale; ho quasi scritto il finale; solo un’assenza, la distanza tra questi due momenti nella trama. Eppure qualcosa c’è (e vuole esserci).