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Il capitano è fuori a pranzo

Venerdì, Luglio 3rd, 2009

Finito. Era da troppo tempo che desideravo togliermi di torno il diario di Bukowski Il capitano è fuori a pranzo: non mi piace; non rinnego il mio passato, il tempo in cui leggevo l’autore, ma ora quel modo di scrivere, quella maniera cruda di dire cose ripetitive e a tratti banali, mi stanca.

È successo che io sono cambiato. Però, per curiosità, ho completato la lettura di quel breve libro: è un diario, un modo per raccontarsi; in un’altra epoca l’avrei paragonato a un blog, l’avrei abbandonato lasciando il commento: «Mi annoia quello che dici: fai sempre le stesse cose e le sbatti lì come a dover cercare noi la novità nella tua monotona vita.» Sono rimasto deluso dallo scrittore e, ora, non mi spiego le ragioni dei numerosi fan: a cosa serve leggere tutti i suoi libri se già dopo averne letti tre si ha l’impressione di rileggere sempre lo stesso? Forse sono io ad essere distratto, superficiale… Eppure Bukowski qualche idea buona ce l’ha sempre, ma non esagera mai. In questo libro arriva al punto di criticare la banalità dei suoi colleghi, altri scrittori, poeti, ma non credo abbia le carte in regola per tirarsi fuori da quella stessa nuvola di cui parla tanto male. È semplicemente vecchio: più saggio, senza cose da dire; un inflazionato sé.

Di seguito ho scritto due righe per ricordarmi del “capitano”.

Qualcosa di nuovo o di fresco?

More about Il capitano è fuori a pranzo“Il capitano è fuori a pranzo e i marinai hanno preso il controllo della nave.” Bukowski, alla soglia dei settant’anni, invecchiato, incattivito, si racconta in un diario dove percorre il lento ticchettio dei suoi giorni: ogni capitolo inizia con una data e un’ora; il tempo, l’età prendono il sopravvento diventando gli unici elementi capaci di dare dinamismo ai discorsi dello scrittore.

Il pranzo dell’autore è piuttosto misero: nonostante il successo, nonostante gli ammiratori, nonostante il cambiamento radicale della sua realtà – la libertà di non dover vivere alla giornata – lui è rimasto lo stesso, solo un po’ segnato dal tempo. Una bottiglia di liquore forte e il suo computer: non serve nient’altro in casa quando Bukowski si mette a scrivere; ogni tanto parla della moglie Linda, ma più spesso invidia la pigrizia dei suoi numerosi gatti. I discorsi spaziano dai ricordi della sua vita passata al suo rapporto con le parole, le frasi ridotte all’essenziale e crude, prive di ogni abbellimento estetico. Lo stile è quello di sempre: si riconosce.

Il capitano è invecchiato ed è il primo a rendersene conto: l’umanità, fuori, è gonfia di marinai indisciplinati e banali; arriva la condanna dell’autore che si rassegna a quest’idea ed esce, frequenta le corse di cavalli, scommette, vince, perde, vede poveracci puntare su cavalli perdenti nella vana speranza di vincere e arricchirsi quel poco per rigiocare il giorno successivo. Mancano le giornate disordinate, i personaggi dei lavori fatti per mangiare, le donne, spesso prostitute; rimane solo il rapporto dello scrittore con l’ippodromo, un luogo che lui conosce da sempre: è lì dove, da buon osservatore, trae i giudizi sulla società. La vita è riassunta nell’attesa dell’esito di una gara; poi si torna a casa.

Il capitano è fuori a pranzo è un libro rapido: lo si legge in fretta e può piacere o no. Settant’anni e nulla par nuovo nelle parole dell’autore: c’è solo l’epilogo della sua vita, davvero vissuta ma quanto speciale? C’è una banalità che a tratti mette in dubbio le qualità di Bukowski come scrittore; non ha più nulla da offrire se non qualche buona idea e i discorsi di sempre repliche di quelli affrontati negli altri suoi libri. “[…] sono uno scrittore? Be’ sì. Come scrittore faccio fatica a leggere ciò che scrivono gli altri. Semplicemente non fa per me. Tanto per incominciare, non sanno buttare giù una riga, un paragrafo. […] Non c’è ritmo. Non c’è niente di nuovo o di fresco.” Il capitano è fuori a cena e parla di sé: ora che è uno “scrittore” può farlo.

Confessioni di una maschera

Giovedì, Maggio 7th, 2009

Più riguardo a Confessioni di una mascheraÈ un racconto intimo quello narrato da Mishima. Al centro del romanzo vi è la ricerca profonda di sé, un protagonista che dall’adolescenza alla giovinezza indaga sulla propria identità, sul suo ruolo e sulla convenienza di indossare una maschera per adeguarsi a ciò che lo circonda.

Nelle pagine si susseguono umori ed emozioni: quasi mai si parla di innamoramento, ma tale sentimento si confonde nel dubbio di una vita normale e nei gesti meccanici dei rapporti umani; è in tutta questa incertezza che Mishima trova l’ordine delle idee e la percezione della propria essenza.

Gli occhi grandi di Ginevra; la sua voce

Domenica, Maggio 3rd, 2009

Ginevra Di MarcoIl primo maggio di Grottammare è una tiepida sera nel Parco delle Rimembranze, sorvegliata da un cielo fermo allo stop che sembra aver dimenticato i recenti mutamenti meteorologici e in silenzio attende.

Si accendono gli applausi, seguono le luci: Ginevra Di Marco e il suo gruppo salgono sul palco e un caldo «ciao» è soltanto il prologo della musica che verrà.

Il concerto inizia ed è subito capace di gentili rapimenti: dondolanti prime file cercano di seguire le onde sonore con lo stesso tempo e non è il vento. Con brani come Rumelaj o Saranta Palikaria si fondono anime con emozioni: è un incidente; meglio, è un abbraccio, un dolce scontro.

Sono atmosfere particolari quelle che da tempo caratterizzano la musica del gruppo, anche nel suo ultimo disco Donna Ginevra. Controcorrente con il bisogno maniacale di novità, Ginevra dona lo stupore della scoperta reinterpretando brani sepolti nella storia della musica popolare, racconti di vita, canti delle genti e umori. C’è una forte carica che viene amplificata e dal palco annulla ogni distanza di spazio o tempo.

Nessun suono è a caso, ma c’è un esatto percorso che culmina verso un’esplosione di emozioni: il finale; gli occhi grandi di Ginevra; la sua voce e in fronte a lei un pubblico sedotto e danzante.

Link
Ginevra Di Marco
Ginevra Di Marco, Grottammare (album su Facebook con le foto del concerto)
Ginevra Di Marco, Parco delle Rimembranze (pagina dell’evento su last.fm)

Pensieri sconnessi ad Ancona. Le Luci della Centrale Elettrica

Giovedì, Febbraio 26th, 2009

Vasco Brondi, Le Luci della Centrale ElettricaVasco Borndi, accompagnato da Giorgio Canali, è l’ospite del secondo appuntamento della rassegna musicale Controcanto 2009 giunta alla terza edizione e promossa dalla Provincia di Ancona in collaborazione con l’Arci di Ancona. 21 febbraio 2009. Le Luci della Centrale Elettrica si accendono a Lascensore club.

Il locale, piuttosto piccolo, sembra il luogo ideale per il giovane cantautore ferrarese: dopo aver riempito teatri, mosso masse di ammiratori e fan (femminili) smaniose delle parole sconnesse dei suoi testi, è in questi luoghi stretti che ritrova l’intimità necessaria per esprimere la maggior parte di sé. Calato il sipario di “cerimonie” formali, rimangono gli amici – per distratta approssimazione – che allungando le mani potrebbero afferrare la chitarra, quella con la firma, ma non lo fanno: il momento è sacro.

Canzoni da spiaggia deturpata, il disco vincitore del Premio Tenco come Migliore Opera Prima 2008 è interpretato sul piccolo palco del locale, minuscolo ma non importa: c’è spazio per Vasco, Giorgio e le chitarre in piedi, in attesa. Dopo la prima vibrazione di corda il clima assume quel profumo familiare tipico delle gite scolastiche alle fabbriche abbandonate o delle conversazioni sui muretti che delimitano i campi minati. La gente ride, canta fino a finire la voce dopo averla sovrapposta a quella principale e amplificata, si agita. Vasco dice: «La cosa più sperimentale che faccio è cambiare le corde della chitarra» e davanti a lui sembra non abbiano capito (forse ascoltato): la realtà è che sono rapiti da quel modo di scrivere parole e coinvolgere la musica per raccontarle. Si ricomincia a suonare; Giorgio severo accompagna e violenta le corde come un graffio d’amore.

È un concerto rapido, tutto-d’un-fiato, dove non si concedono pause neanche per bere; come per un duello all’ultimo sangue l’epilogo si ha solo quando uno dei due muore, ma in questo caso è difficile stabilire lo sconfitto: rimane quella sete di pensieri, quei ragionamenti partoriti passeggiando intorno ai bordi della centrale elettrica.

Album fotografico su Facebook: Le luci della centrale elettrica, Ancona.