Metti una musica lenta
Giovedì, Giugno 25th, 2009
«Ciao…», si era sempre chiesto com’era da fuori sentire la propria voce: anche in quel momento fu un’esigenza che gli permise per un attimo di scomparire.
«Ciao!», la voce di lei aveva qualcosa di musicale, composto, elegante, così reale e presente che in un secondo fece implodere lo spazio immenso costruito prima. Tutto svanì come un soffio e all’orizzonte, poi in primo piano lui ricomparve. Dopo una pausa breve, aggiunse: «Ciao, ci vediamo presto.»
«Che vuol dire “ci vediamo presto”?» Il lampo: una luce nel silenzio – timidezza della conversazione – espanse di nuovo le distanze e i pianeti si allontanarono affinché tutto ritornasse infinito. L’estate poteva pure aver inizio e fine, ma nessuna verità si sarebbe fermata alla retorica ovvia di un copione scaduto: non terminava con un punto, ma seguiva la linea della sua eco.
«Non lo so…» rispose un sorriso vivo, colmo d’imbarazzo per l’inconsueta domanda. Lui tentava di leggere negli occhi un umore, una sensazione, un ché che non c’era oppure non si svelava; spostare quel velo, bianco, quando dietro sussurra l’alba, era una carezza così ambita quanto proibita. Nella musica, nel vuoto, l’intesa fu il silenzio.
«Metti una musica lenta che voglio sognare.» Ripenso alla scena di un film mentre fuori dalla finestra dentro un’altra stanza uguale alla mia uno scrittore analfabeta posa la sigaretta giunta al filtro e, pesante, controlla perché la sua macchina da scrivere non funziona più. Una musica lenta aiuterebbe a pensare, leggeri, che la meccanica delle idee non è un modello matematico, ma un’intuizione divina che perdona ogni distrazione di dio. Lo senti il suono del violino ora? È estate e stanotte si sta bene; vale la pena aprire il vetro e far ascoltare quella musica: lo scrittore si accorge di me.
Parlo poco. Osservo il mio vicino con gli occhi stanchi. La sua collezione di bic preferisce il nero al blu dell’inchiostro: conto con la meticolosità del notaio le sue ottantotto penne, schierate e pronte per un combattimento sul bordo alto della scrivania; solo due hanno un colore che non conosco e mi piace saperle così, incomprensibili. Vicino ci sono fogli bianchi, alcuni a righe, altri completamente vuoti. Sta scrivendo un saggio sul tempo: lo intuisco dal titolo obliquo appuntato su un foglietto che tiene davanti a sé. Altre parole, so, sono interrotte nella macchina da scrivere, impiccate di fretta da un boia poco rispettoso della vita, di ogni essenza.
«Cosa vuol dire “presto”?» Tendo l’orecchio, ma non giunge nessuna risposta. Presto non è domani, neppure dopodomani, magari tra una settimana?, oppure tra un mese? Lo scrittore si è alzato e nella sedia vedo solo la sua ombra fino all’attimo in cui, arreso, spegne la luce. Presto è un’idea – provo a completare il suo lavoro – che non dev’essere riassunta con nessuna formula matematica; è una definizione che il vile tradurrebbe con l’impazienza neanche troppo violenta di un momento già finito, non sospeso, privandola del fascino che la parola stessa possiede suscitando immagini che ognuno è in grado di decidere da sé. È la potenza della suggestione che incoraggia il durare del tempo e presto vuol dire anche mai, un intervallo di minuti infinito, ma che non può morire proprio per non avergli dato un punto di fine. Chissà se quel film si sarebbe mai spogliando mostrando i titoli di coda e un nome che pure oggi mi sembra di aver scritto…
«Abbassa un poco la musica perché sto iniziando a sognare e la colonna sonora si amplifica nei riverberi onirici: se mi prendi per mano t’insegnerò a camminare sui miei oceani.»
