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Non scrivo

Lunedì, Marzo 23rd, 2009

La mia pagina biancaNon scrivo e non cago il blog. Le due cose coincidono, cioè s’incontrano, insomma s’assomigliano: la verità è che desidero lasciare di tanto in tanto due o tre parole in questo spazio, ma ogni volta che entro inizio a pormi domande come «E la brutta copia?», «Così scorre bene il periodo?», «Quale parola, qui, è più adatta?» Non scrivo – ripeto – e il motivo spesso è che rischierei di raccontare troppo di me, risultando banale o eccezionale, perché un blog in fondo è un diario e non mi sorprendo se lo uso per sfogarmi (pubblicamente).

In questi giorni ho preso sul serio lo studio: non che non l’avessi mai fatto, ma ci sono state occasioni in cui mi sono lasciato andare: ecco!, ora ci sono, tutto intero, a tratti arrabbiato, a tratti innamorato, impulsivo per approssimazione e quieto per pigrizia. Vivo: è il verbo giusto. Presto avrò impegni universitari, appuntamenti che non dovranno trovarmi impreparato: quindi ripasso i fogli di carta, correggo le formule copia/incollate con errori, sottolineo. Adoro la disciplina dei miei evidenziatori; quello arancione sta finendo, ma ne ho uno di riserva sulla tasca alta dello zaino.

Non scrivo, ma in realtà scarabocchio le pagine del mio timido moleskine. L’intenzione è di scrivere un libro e quando lo dico in giro la gente ci crede – io non inganno – e chiede: «Di cosa parla?» La risposta è secca: il libro è una raccolta di racconti, forse “immagini” che parlano di innamoramenti, di incontri e scontri tra personaggi stanchi o folli, di cadaveri accatastati sul letto e di sogni, quindi speranze. Il libro, alcuni sospettano il contrario, non sarà autobiografico perché a parlar di me si finisce presto e io… io voglio scrivere un po’ di più.

Il vagone fantasma

Sabato, Luglio 26th, 2008

Appunti su Moleskine. Il seguente brano è la revisione di frasi abbozzate sul taccuino. La data in cima alla pagina dice 26 gennaio 2008.

Parma, stazione diSono salito su un vagone vuoto: intorno c’è solo la fredda assenza illuminata dai neon. Una di quelle luci si accende e si spegne tentando di seguire un ritmo quasi regolare, è guasta, ma forse sbaglio: può darsi che quell’immagine da film horror provenga da un altro sogno. Mi volto. Fuori, con un piede sul marciapiede e l’altro sul gradino pronto ad appoggiare il movimento della gamba piegata, un’anziana coppia mi ha chiesto se quel treno andasse a Pesaro. «Pesaro» ho ripetuto quasi con tono interrogativo, poi ho annuito: una comunicazione essenziale. Ho fatto altri due passi e guardando dal vetro della porta della carrozza ho visto sagome invisibili disegnate da sedili liberi; ho girato la maniglia e sono entrato.

Ho caldo. Per raggiungere la stazione, deserta, ho quasi corso — guardo l’orologio, sono le 5.30 — perché non ci sono autobus a quest’ora e una lunga passeggiata è l’unica soluzione per prendere il treno e arrivare in tempo all’appuntamento. Ho caldo, ancora, la sensazione si amplifica appena mi siedo e il maglione che indosso mi stringe il collo, abbracciandomi, come una fastidiosa amante. Tiro qualche respiro profondo e riprendo fiato: ritorno consapevole della mia presenza.

Mi guardo intorno: sono in un vagone fantasma — sono solo — come la città nuda a quest’ora che si fa attraversare in vie come vene solo dal silenzio. Mi specchio, a destra e a sinistra, sui finestrini, vedo me, impercettibile il cartello blu fuori con la scritta Ancona inizia a muoversi: il treno sta partendo.