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Ricomincio a far foto

Mercoledì, Ottobre 7th, 2009

Corsa tra i campi. SecondaIl sette ottobre sembra un’appendice d’estate oggi. Il sole già alto alle undici sbiadisce i contorni delle montagne lontane e sui fili d’erba, sui campi ingialliti, nelle nuvole di foglie appese agli alberi i rumori sono quelli della stagione calda; anche la temperatura non mente, ma quando, percorrendo la stradina asfaltata, stretta, verso la salita, in curva, si raggiunge il dorso della collina ecco allora che un vento leggero soffia accarezzando prima la pelle e poi i capelli. «Si sta bene», ripeto alla mia ombra che si accorcia a poco a poco e scompare quando a sinistra incontra dei cespugli alti.

Sono uscito a far foto, io: la mia ombra tiene in braccio una Kiev 88 – prestito di un signore gentilissimo che abita poco distante da casa mia – dove ho montato il 150mm (si sente il peso); nel magazzino c’è una diapositiva Agfa scaduta da sei anni a bassissima sensibilità. Nella borsa a tracolla tengo la compatta digitale, che uso come esposimetro, e una LOMO LC-A con un Sensia 100 tirato a ISO 400 da sviluppare in C41, un rullino messo per lo scorso weekend tra Bologna e Rovereto. Ho tutto: non porto la Pentax perché – non l’ho detto sopra – la luce non è buona, ma piuttosto piatta, quindi dubito di fotografare paesaggi secondo i canoni tecnici, chiudendo il diaframma quanto mi permette la pellicola da ISO 800 che la reflex monta. È già mezz’ora che cammino quando penso a tutto questo.

Di recente mi è tornata la voglia di far foto. Cerco di chi è la colpa ma non sto troppo a sbatterci la testa: penso piuttosto che sia stata una necessità dopo aver fatto l’esame, dopo il viaggio a Rovereto e la tappa di Bologna. Tutte le macchine analogiche a casa sono state rifornite di pellicole e scattare è diventato un istinto poco volontario, più sentito. Prima al Mart e poi alla stazione di Bologna ho trovato stimoli per qualche clic! e sono stato contento: conosco la sensazione del «non vedo l’ora di sviluppare». È quel momento in cui non mi curo dei giudizi altrui sulle mie immagini (da sviluppare) e so cosa significano per me: ho ritratto emozioni ed è proprio vero che io sono difficile e incomprensibile – perché farsi problemi se le fotografie non vengono capite?, comprendete forse me? o volete una realtà semplice ? (Chiamala bugia.) C’è un vizio e io scatto fotografie sui campi di battaglia e sui sottopassi coi murales!

Stamattina sono uscito con lo stesso stimolo. Avevo intenzione di finire la pellicola nella Kiev ma ho scoperto che riesco a farci tredici scatti e per strada ho trovato solo l’undicesimo e il dodicesimo. Aprendo il pozzetto è scappato un piccione in posa in mezzo a un campo e per le farfalle non avevo un’ottica da fuoco vicino. Sono felice. Tornando a casa ho pensato di nuovo alle macchine da riparare e alla compatta da far vedere: per la Coolpix c’è la garanzia Nikon, ma per la LOMO e la Yashica dovrò trovare un fotoriparatore non troppo caro. Quando manderò in assistenza la Nikon rimarrò senza macchine digitali per un po’ di tempo: tu ci hai mai pensato?

Prima della sveglia. Pensamento dolce

Venerdì, Settembre 18th, 2009

Pezzi8.30. Il sole alto lampeggia alla finestra e, dopo un’abitudine di giorni nuvolosi, un mattino così fa pensare: «Non è suonata la sveglia, caz*o.» C’è ancora poco traffico nella via davanti casa: mancano le voci delle anziane affacciate ai palazzi accanto, l’urlo del clacson del fruttivendolo è muto, qualche macchina che passa fa affidamento sulle marce medie perché la strada è libera e si può andare, qualcun altro è pigro ma non è adatto per un racconto da eroe. C’è un’impressione che mente nel cinguettio degli uccelli e nelle ombre lunghe: guardo l’orologio – sono andato a dormire tardi stanotte, e tutto sbagliato, – sono le 7.39.

“Pensamento”, ho deciso ora il titolo del post: mi piacciono queste parole che suonano così male perché le si usa o perché sono le uniche adatte per il concetto che si vuole esprimere o perché non si cura la forma, cioè la musicalità del testo scritto. (Non pensare al ticchettio della tastiera che soffre le aritmie dei cuori degli amanti: a te, lettore, lascio solo il difficile compito che ti spetta e tutto il diritto di seminare giudizi.) È una pena saper scrivere – ecco come, iniziando un altro discorso, fugge dalla trama il racconto della colazione; «vado a controllare se ho chiuso il gas», è una paura – saper comporre insieme le parole produce, in generale, diffidenza. Mi spiego. Mentre si è abituati a conversazioni “normali” che lascio a voi intenderne il significato, quando i discorsi si fanno più “sofisticati” o elaborati nell’uso e nell’abbinamento delle parole, da sembrare citazioni per romanzi, si prova un senso di finzione; la falsità appare dietro la porta perché gli scrittori, nella concezione stereotipata di chi li pensa, inventano storie e non si limitano ad osservarle. Rivelato questo, il mio limite è quello legato alla soggezione delle battute dei copioni che scrivo e recito seppur sempre sono vero: è il motivo per cui appaiono tutti i difetti (nonostante gli abbellimenti stilistici, aggiungo). Potreste prendermi alle sei e mezzo di mattina, ad esempio, e svegliarmi a pugni: io parlerei nello stesso con cui mi esprimo qui sul blog o in ogni altro posto in cui parole sincere potrebbero essere confuse con altre menzognere perché sono miseramente reale.

Condivido la mia povertà con l’immaturità delle mie azioni: è tanto quanta. (Ecco il clacson del fruttivendolo! Sul suo camioncino, se ti affacci dalla finestra, vedi la frutta composta e allineata nelle cassette blu.) Molte persone credono di conoscermi, devo arrivare qui, ma in realtà si sbagliano. Sapervi tutti attenti, voi lettori, e non conoscere io il vostro viso, l’espressione degli occhi e il linguaggio delle mani è davvero una pena perché siete così liberi delle vostre interpretazioni che per chiunque potrei essere solo un’idea; è questo che fa male. «Hai un alter ego molto potente sul web.», disse una volta F. durante una pausa al piano del bar; non ricordo bene se l’aggettivo usato fosse stato quello, ma il concetto rimane: mi credono un eroe e invece cosa sono?, niente?, no, forse; sono solo un po’. (Metti tu il punto esclamativo, se ti piace.) Capovolgendo il quaderno e aprendolo dalla copertina di fondo ci sono, invece, altri commenti che mi riguardano, con diverse opinioni, e sono la maggioranza – mi fa sorridere ripensare a una lontana conversazione al telefono, quasi mi commuove; – ecco il riassunto: «Gilberto è un ragazzo evaso dalla vita sociale, disadattato, fragile: nel suo umore si riconoscono i sintomi di un malessere intimo e piuttosto radicato; ciò provoca un necessario pessimismo e sfiducia verso tutto ciò che lo circonda, ma è vano il tentativo di scaricare sugli altri i pesi dei suoi modi d’essere (e pensare). È una bella persona, cioè una di quelle da salvare anticipando la cura chiedendo “Su, che c’è?”. Sa scrivere e sa fare fotografie e non gli manca niente, ma è così e nessuno ha ancora scoperto il perché.»

Chiudo il quaderno aperto nel paragrafo precedente: è a quadretti; lo sapete voi che mi piacciono i fogli a quadretti larghi quattro millimetri? Ancora vi chiedete chi sono, ma non vi farò cambiare idea: quella è la vostra! (Qui metto il punto esclamativo io come una beffa, l’unica che voglio concedermi.) Gilberto è… Condivido in parte la seconda corrente di pensiero: la prima è così folle che non si regge in piedi, sta come sulle stampelle – l’immagine del castello di sabba è troppo romantica per queste sciocchezze, – basta una spinta. Devo correggere la loro mira, però, di coloro che mi giudicano così. Ho paura: non sono pessimista, piuttosto sono insicuro per certi versi e spesso lo sono di me, tradendomi; non sono l’aspirante suicida, ma se volete potrei scriverci benissimo un romanzo; poi ora ho così tante cose da fare che non troverei neanche il tempo per ammazzarmi, che credete? Sono poco, ecco, e vorrei convincermi d’essere di più come molti credono e non gli do torto. Il timore è tutto qui: io mi apprezzo, io mi amo – penso che me stesso è stata la prima persona che ho amato e continuo a farlo, – ma ho un desiderio viscerale – l’uso di certi aggettivi rafforza l’efficacia della frase – di esser qualcuno per le persone che mi vivono intorno: fu l’ultimo discorso che feci con S., lei disapprovava, poi scomparse (ma è ancora viva). Il mio non è bisogno di arrivare, imprecisione emersa nella conversazione con S., ma una necessità di essere per tutte quelle persone che per me significano qualcosa: al di là dell’importanza dei rapporti ognuna di loro mi ha fatto dono di sé, mi ha arricchito, perché siamo animali animali sociali e con un poco d’impegno anche intelligenti; quindi sono cresciuto per (a causa) loro e con loro e ho come il bisogno di lasciare un’eredità per riconoscergli il valore che per me hanno avuto e hanno – il tempo passato poco si sposa con alcuni concetti – quando poi “morirò” che non vuol dire un epilogo fisico.

Io non sono un eroe. Mi piace l’idea di un album di figurine e con il numero 123 la mia silhouette contro il tramonto e una lama affilata sul punto di decapitare la testa di un nemico, ma è una storia da cartone animato. Sono poco o tanto, cioè sono me e figuriamoci se io so giudicare me: riconosco i difetti, soprattutto quando sono la causa di dolori altrui che poi non so mai perdonarmi. Sono le mie parole e le fotografie – questo è quello che voi vedete – e ne vado così poco orgoglioso che mi critico ogni volta. (Stamattina ho cancellato una foto, ma fa parte di un progetto che… continuerà: da sola non avreste capito niente.) Sono il mio titolo di studio e gli esami che sto dando per laurearmi perché ne sono capace anche se la si pensa una strada sbagliata: ingegneria mi darà un lavoro e un ruolo, m’insegnerà il buon senso e la stabilità. Lascio che le “arti”, vili virgolette, rimangano passioni collaterali da cullare e proteggere. Digressione: a casa neanche sanno che scrivo e, onore al digitale, di mie foto ne avranno viste quattro o cinque; figuriamo il sentirmi dire «Ma hai fatto una foto ad una tazza?! E i puzzle dove li hai presi?» Sì, è solo una tazza, però è mia, mh! È l’anima del bambino capriccioso. (Prosegue qui un discorso non pubblicato che vorrò fare un giorno con una persona a me cara.) Parto dalla mia famiglia, ho poca vita sociale: è lì che è iniziato tutto nel bene e nel male; più bene, però, ho l’impressione; non mi dilungo ora.

Concludo per limitare i danni. Sto bene – c’è qualcuno da rassicurare?, – ho solo a cuore persone che quando non ci sono mi mancano e non so se è vero affetto o pura abitudine: so che ci tengo nella stessa misura con cui loro hanno dato l’impressione di tenere a me e, rischiando di scrivere un romanzo sulla mia pelle, mi hanno fatto doni che da solo non sarei mai riuscito a costruire – gli ingegneri stanno sempre a far progetti. Per tutto quello che c’è stato, per tutto quello che c’è che io non estinguo, coraggiosa determinazione, il mio comportamento si modifica fino a ridursi all’esigenza non violenta di essere, per voi. Non voglio perdervi per due parole scritte male o una fotografia sbagliata.

p.s Cambio il titolo in “Pensamento dolce”: gli aggettivi sono importanti.

I resoconti della camera oscura

Domenica, Luglio 19th, 2009

Camera oscuraL’odore di acido non è così forte come un poeta romantico potrebbe scrivere prendendo appunti sul suo moleskine. Rilevatore e fissaggio, quelli venduti fotografo, sono trasparenti e li distinguo dalle etichette bene incollate alle bottiglie: per l’Ornano Bromor ST 50 c’è anche una colonna, a destra che riassume i possibili danni alla salute e suggerisce come meglio la sostanza. Non sento nessun sapore…

Era almeno da gennaio, febbraio, al massimo dal 14 di quel mese – per non pensare San Valentino – che avevo in testa un capriccio. Sono apatico, ne son certo, ma accade spesso che matura un’idea e ne accetto la presenza solo avverando il “sogno” che essa contiene: volevo sentire l’emozione di sviluppare da me le foto, di vederle nascere pur ignorando il metodo e le reazioni chimiche. Basta poco per smuovermi e dal niente sono riuscito a documentarmi perché internet è un gran dono; ho trovato in prestito il necessario e ho capito cosa bisogna fare prima, cosa poi, i loro tempi; insomma ho insegnato a me stesso la teoria della fotografia analogica (in bianco e nero).

Il bagno di casa non è grande. È una stanza tipo da appartamento: ci entra il necessario e non è uno di quei luoghi ricchi dove guardandosi allo specchio si finisce con gli occhi all’arredamento circostante, più prezioso, forse, pure della propria immagine. Serve acqua corrente per le operazioni di sviluppo e stampa: non c’è un luogo più adatto del bagno a casa per allestire una camera oscura e, in fase di stampa, illuminarlo solo con la lampada rossa che se l’occhio non si abitua non vedi un caz*o. Prima occorre tappare tutte le fessure dalle quali potrebbe entrare della luce e rovinare le stampe: è così che si giunge ad una stanza che, oltre ad allontanare contaminazioni luminose, “protegge” dall’aria buona; dentro, accogliente, si soffoca.

L’operazione di sviluppo presenta solo una difficoltà: l’inserimento della pellicola nella tank. Sebbene una spirale di plastica con meccanismo fatto apposta per tirarsi dentro la pellicola agevoli tale compito, la mancanza della luce – è l’unica operazione da fare al buio completo – ed eventuali blocchi della pellicola rendono poco immediato il procedimento. Dopo aver protetto dalla luce la pellicola si inizia con il procedimento chimico: è semplice rispettare i tempi, i risciacqui e tutto il resto. Poi si asciuga.

Sta nella stampa la poesia della fotografia. È la luce rossa a colorare l’ambiente caldo e un poco umido che sembra sudare. Dopo aver colpito la carta fotografica, proiettando l’immagine del negativo, si ha in mano un foglio ancora bianco; solo quando, dopo circa un minuto nell’acido rivelatore, si vedono comparire i contorni più scuri, poi, piano piano, i grigi, si sente l’emozione forte di questo potente strumento espressivo (la fotografia). L’arte – non voglio abusare della parola – prende vita in questa fase: è questo il momento in cui si può toccare quello che l’occhio prima ha visto.

È caldo nella camera oscura. Si potrebbe parlare di come è comparsa ogni fotografia sulla carta, ma è un discorso noioso. Ho sentito ieri potente la carezza di una piccola passione che ho visto come dal nulla possa comparire un ricordo, un momento impresso sulla pellicola. Non ho più parole, né immagini: ci sono emozioni che si possono solo provare e non si sanno raccontare.

Su Facebook: Appunti della camera oscura.

Un cellulare

Domenica, Luglio 5th, 2009

Correre04Non vado spesso a correre. Per questo motivo perdo in poco tempo il fiato: mi sono sufficienti dieci giorni senza uscire a ricevere aria che già ho l’allenamento di un professionista della poltrona e mi odio (senza esagerare). Adoro, quando ho tempo, inseguire chi va più veloce di me e, goffo, fare la stessa strada; poi, dopo il passaggio a livello c’è la salita dove finisce la strada asfaltata: inizia la “libertà” polverosa delle vie che cavalcano le colline.

Oggi è sabato: prima ha piovuto, ma il sole ha concluso la giornata, puntuale per il tramonto. Esco. Infilo le scarpe, controllo le chiavi di casa, afferro il telefono – non si sa mai – e scendo le scale. Dopo dieci minuti, forse meno, calpesto gli ultimi metri di asfalto: l’orizzonte in salita mostra la fila dei pali dell’elettricità, qualcuno è inclinato; a destra, invece, l’oro colore del grano si sta spegnendo, sbiadisce con la velocità del sole mentre si nasconde basso.

Corro. Faccio sempre la stessa strada, ma non mi assale la noia: la stanchezza anticipa e io mi gonfio di soddisfazione nel sentire le gambe indolenzite, l’aria che mi colpisce in volto, il fiato che manca ma non muoio. Intorno si aprono paesaggi conosciuti e per ogni stagione di diversi colori: non sopporto le case che spuntano rare qua e là negli incroci delle linee dei campi, ma non posso farne a meno: esistono. Più volte ho visto i quei luoghi pensando a foto sempre rimandate, poi dimenticate. Oggi no. Ho rallentato la corsa, un passo veloce, poi lento, infine fermo: c’erano scenari curiosi, abbandonati, interessanti e, come lo scrittore prende appunti sul moleskine, io avevo con me un cellulare economico – non si sa mai, conviene portarlo – e la sua piccola fotocamera di qualità bassa-bassa.

Ho osato. C’erano delle vasche vuote, c’era il tramonto. Per una volta non mi sono neanche vergognato di post-produrre foto fatte con un cellulare e poi messe online: non sono granché, sono idee, appunti; al momento bastano.

(Altre foto nell’album Facebook: Appunti distratti di quella cosa chiamata esistenza.)

Fotografia estetica. Digressione su Flickr e me

Mercoledì, Maggio 20th, 2009

«Self.» Mio fratello dice che è una foto del caz*o che per pigrizia non cerco un aggettivo adatto per sostituire l’espressione volgare.

GilbertoUn self allo specchio è un classico: si prende la macchina fotografica; si attacca l’occhio al mirino; si aggiusta lo zoom ad una focale media che non deformi il soggetto oppure si usa un’ottica normale, più luminosa; si mette a fuoco; si regola l’esposizione; si scatta. Sono i semplici passi per questo genere di foto. Allo stesso modo la foto può essere fatta con una compatta con l’unica differenza che si guarda nello schermo LCD, non nel mirino. È un self, nulla di speciale! Mio fratello, pure, dice che è uno scatto banale, vuoto, un fotogramma sprecato sul TMAX, quando scatto in analogico. Come dargli torto? Ha ragione e non sono neppure un bel soggetto; mi giustifico dicendo che voglio una foto così per ogni macchina fotografica che ho usato o userò.

Gilberto, questo il titolo della foto pubblicata insieme all’articolo, è il mio scatto recente che ha fatto più visite in minor tempo. Pensavo fosse una foto banale e sono convinto ancora che lo sia: è attraente per il bianco e nero, per la profondità di campo… basta con i complimenti alle mie mani che non pensano di meritarli. Nella foto non c’è nient’altro che l’insegnamento descritto nelle righe precedenti: fare un self allo specchio è semplice quasi come bere un bicchiere d’acqua oligominerale con la cannuccia.

Di recente le mie foto su Flickr non vanno. Intendo dire che negli ultimi periodi, mentre sto cercando/trovando un mio “stile”, mentre, nello stesso tempo, raffino la tecnica e tento di sbagliare poco, i miei scatti ricevono meno visite, meno commenti. In un primo tempo ho pensato a una mia incapacità fotografica e ancora indago in questo senso. Un anno fa non era così, le mie foto erano commercialmente più accattivanti; nonostante gli errori e la loro banalità, collezionavano cascate di giudizi favorevoli, spesso di favore. Perché? Una ragione potrebbe essere che passo meno tempo sul sito e, in genere, commento poco cercando di dedicare tempo solo agli scatti veramente belli o a quelli dei contatti di cui apprezzo in le opere. Un secondo motivo, invece, potrebbe essere proprio la mancanza di interesse verso quello che ora faccio. È in questo punto del ragionamento che arriva la mia foto, quel maledetto self: ecco le visite!

Sto notando una tendenza generale in Flickr. Il gusto estetico è passato dalle foto alle persone: questo vale in generale. Figa: tante visite. Figo: tante visite, ma di meno. Fotografa figa, qualunque foto: tante visite. Fotografo figo, qualunque foto: tante visite, ma di meno, ancora meno un poco. È terribile come la fotografia sia stata uccisa ancora una volta, dalla maggioranza: conto sulle dita di poche mani il numero di contatti Flickr che davvero contribuiscono a farmi notare gli errori, a correggerli; sono ancora di meno quelli invece disposti a discutere sui difetti delle loro foto perché io vado sempre bene per una critica positiva, ma se mi azzardo a criticare negativamente qualcosa divento spesso l’incompetente che è meglio non parli perché non sa. Odio l’incoerenza degli atteggiamenti. Sto andando fuori tema. La sostanza è che penso di non fare foto socialmente “utili”, semplici e attraenti: se fa più visite e commenti me stesso allo specchio piuttosto che un bel paesaggio in bianco e nero studiato nei minimi particolari allora c’è qualcosa che non va; giungo a questa conclusione.

Un anno fa sembrava diverso. Un anno fa era diverso: la gente pensava di più all’arte – va di moda usare questa parola – nelle fotografie e meno agli autori delle stesse: l’attenzione che vedevo mesi fa ora sembra sbiadirsi come i colori slavati delle pellicole scadute e io mi consolo; non sono tutti così, solo la maggioranza… solo la maggioranza…

Acquale costo?

Lunedì, Marzo 16th, 2009

Locandina

L’associazione ZOE, per la serie Le domeniche sostenibili, presenta il suo primo appuntamento dal titolo Acquale costo? L’evento, il cui tema è l’acqua, mira a sensibilizzare verso un uso responsabile di tale risorsa: la mostra allestita vedrà le opere dei fotografi Ideareattiva, Gilberto Taccari e Alessandra Massacci.

L’appuntamento è per domenica 22 marzo 2009, presso il Dep Art di Grottammare (Ascoli Piceno), ore 18.