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Natalizie

venerdì, dicembre 25th, 2009

Natale 2008. PrologoRumore di petardi, rumore di petardi: un fischio, un botto. 24 dicembre. Un bambino zompa ed è il segnale che ha sceso anche l’ultima rampa di scale di un palazzo sette appartamenti e parecchia monotonia.

Primo

«Dovete ricomprarvi il divano.», dice una signora ben vestita seduta proprio lì, come per provare l’arredamento. Appoggia anche le mani per misurare la consistenza dei cuscini e l’usura dei tessuti.
«Perché?», sputo io.
«Perché è vecchio: ve ne serve uno nuovo», continua spedita conoscendo bene l’argomento di discussione. «Poi quando ci porti la tua ragazza?»
«Cosa?», io: svelto.
«Eh! Quando ci porti la ragazza?», chiede.
«Non ci porto nessuna ragazza qui.», chiudo.

Secondo

«Sai che tuo nonno alla tua età era già sposato?», chiede la stessa signora del paragrafo sopra. «Tuo padre – vedi in quella foto quant’era bello? – aveva ventisei anni, anzi ne aveva ancora venticinque.» fa indicando una stampa della foto del giorno del matrimonio dei miei genitori.
«E allora?» Non ricordo conversazioni così, davvero; penso di non averle mai fatte con mia nonna.
«Tu non ce l’hai la ragazza?»
«No.»
«Perché nessuna ti si fila?», fa, ma non usa il verbo filare: forse prende in prestito un termine dialettale con lo stesso significato, ma ora non lo ricordo.
Che cazzo di domanda è? Sì, potrebbe esser vero che nessuna mi si fila, nonna, ma non si chiede. Penso soltanto, poi rispondo: «No.»
«Allora? Non c’è nessuna che ti piace?» Insiste. A 25 anni compiuti da poco scopro che è importante avere una ragazza, un po’ come un titolo di studio, un lavoro, qualunque altro “cazzo” che porta ad avere un ruolo nella società. Quale poi? Lei chiede, scava nella mia vita, ma sono terra dura, sono asfalto, e per quanto abbia mani robuste, lei, riesce solo a spostare la polvere.
«Nonna, ora devo laurearmi, devo trovare un lavoro, devo sistemarmi… Poi troverò il tempo per una ragazza.» Sento di mentire, ma è una scusa buona, da divano e famiglia, una di quelle da manuale che mi fa schifo (pensarmi un cliché).
«È vero.», riproduce con lo stesso mio tono: è una bugia.

Terzo

«Qualcuno di voi due prenderà casa mia, quando vi sposerete.», inizia, «Tanto a noi quanto ci è rimasto?» Nella battuta guarda prima me e mio fratello, poi lei e suo marito.
«Che dici?», caccio fuori con esatta convinzione. «Ma se state entrambi meglio di me!» Sembra retorica, un modo carino per fare un complimento, ma so benissimo la verità: stanno entrambi bene i miei parenti.
«Sì.»
«Io, nonna, non mi sposo.», dico prepotente come un bambino che vuole un giocattolo in più per natale.
«Tu non ti sposi?», chiede, ma gentile.
«No.»
«E se ti accade come … che è andato a dormire con la ragazza, il letto era grande, e…», minaccia.
«Sono cazzi suoi.», sentenzio come se dicessi una bestemmia.
(Silenzio.)

Buon natale. Quanto sono ovvio con questo augurio, quanto mi sento una replica tra l’altro venuta male, a metà come quando nella fotocopiatrice si inceppa la carta e bestemmi e la macchina lo fa con bip assordanti e lucine led intermittenti. Porcatroia! Auguri per queste festività sparse tra oggi e il 6 gennaio, ultima data della sequenza di giorni rossi sui calendari “normali”.

Ho voluto onorare quest’occasione tagliando brandelli delle prime conversazioni natalizie, pure le più sincere, poiché io coi parenti non ci vado molto d’accordo: sono un asociale perfetto e non è un motivo di vanto, ma oramai mi si accetta e io per primo lo faccio. Quindi ho strappato alcune parole, le ho ricomposte, abbellite, le ho messe qui: mi importa poco che vi illudiate di essere entrati così nel mio mondo, in quella sfera personale che credete intima e privata; io vi ho dato solo modo di affacciarvi.

Oggi è natale, oggi è venerdì, è un giorno colorato in modo differente sul calendario, è! Auguri e buoni regali, felici gioie confezionate coi nastrini colorati o coi sorrisi sbiancati; lieti doni. Il regalo più grande che ho ricevuto non potete neanche immaginarlo, non avete modo di toccarlo, neppure sfiorarlo; ha sbattuto contro di me come un tir in corsa, ma è questo l’attimo perfetto per chiudere la finestra e tenermi un segreto. Buone feste!

Conversazione rubata

sabato, giugno 27th, 2009

«“Ti ho cercata, stasera, e nel buio non ho riconosciuto la tua immagine; tu fotografia, tu dipinto, dov’eri?”, mmm…» legge una voce ferma, saggia, priva di sentimenti ulteriori se non quelli del vivere il tempo e del costruire se stessi giorno dopo giorno. Continua, una domanda: «Che te ne pare?»
«Inizia così?» chiede in risposta l’interlocutore magro, un po’ calvo, con un passato alle spalle di scrittore e un romanzetto pubblicato per errore a giudicare dal numero di copie vendute. Tiene in mano una sigaretta ancora spenta e la agita tra l’indice e il medio mentre parla e dice «Continua, continua: inizia come al solito, mi pare.»
Il foglio tra le mani della voce ferma continua.
“Ho controllato in ogni ombra delle mie mani per intuire oroscopi deformati dalla luce obliqua del tramonto; poi, giunta la notte, è stato il quieto tepore di una candela a suggerirmi i destini tremolanti: avevo paura per un soffio di vento, lo temevo sbagliato. Ti ho pensata. Musa dov’eri quando io ti ho pensata e nelle figure impresse negli occhi come in un film non trovavo il tuo nome che posso anche urlare, ma è tardi e ho già rischiato di svegliarti: ora voglio solo baciarti…”
«No.», dopo aver interrotto la conversazione si accende la sigaretta, «È uguale, è banale, dice le stesse cose, sempre.
«Lo so: è proprio per questo che ho rubato questo brano che stava scrivendo; per interromperlo e per avere un tuo giudizio. Non possiamo pubblicare queste cose.» dice il primo lettore appoggiando sulla scrivania il foglio di carta.
«No…», conclude il silenzio.

Ero dietro la fessura della porta non perfettamente chiusa, ma solo accostata. Ho ascoltato la conversazione sui due critici che curano i lavori dello scrittore della finestra accanto. Oggi pure ho sbirciato di là e ho visto le stelle giocare a nascondino dietro le nuvole gonfie di pioggia. Penso che la macchina da scrivere ora funzioni perché il foglio letto nella conversazione è recente: ho incontrato il mio vicino proprio ieri e mi ha riferito che stava scrivendo un brano da donare alla sua musa – «tanto irreale», ha aggiunto – perché la sognava spesso e lo teneva appeso tra un evento onirico e una primavera solo immaginata.

La musa. Sapevo dell’esistenza di una ragazza che aveva sullo scrittore un effetto particolare, per me inspiegabile: lo sedava nei cattivi umori e lo liberava delle parole in eccesso che impedivano la nascita dei pensieri nuovi. Non conoscevo, però, altre informazioni su questa cosa che lui chiamava musa: era, per me, una presenza fissa in quella che per lui chiamavo “vita artistica”, una necessità insomma. Fu proprio da questa mia superficialità che mi stupii delle parole dei critici.

Lo scrittore scappato dalla finestra non avrebbe mai pubblicato niente di suo. In effetti, capivo, le sue parole erano troppo personali e troppo sentite dentro, senza la “censura” del cinismo: quando si metteva sulla macchina da scrivere o prendeva una penna era come confessare sé; in questo modo il suo voler raccontare storie rimaneva un atto di egocentrismo; non tollerato, quindi, dai processi commerciali di vendita di libri che esigevano una certa attenzione per il lettore. Al di della mia stanza c’era un uomo troppo romantico che tentava di approdare alla letteratura, ma le sue conversazioni segrete sarebbero rimaste lettere per la sua musa… Chi?

Metti una musica lenta

giovedì, giugno 25th, 2009

Palco vuoto«Ciao…», si era sempre chiesto com’era da fuori sentire la propria voce: anche in quel momento fu un’esigenza che gli permise per un attimo di scomparire.
«Ciao!», la voce di lei aveva qualcosa di musicale, composto,
elegante, così reale e presente che in un secondo fece implodere lo spazio immenso costruito prima. Tutto svanì come un soffio e all’orizzonte, poi in primo piano lui ricomparve. Dopo una pausa breve, aggiunse: «Ciao, ci vediamo presto.»
«Che vuol dire “ci vediamo presto”?» Il lampo: una luce nel silenzio – timidezza della conversazione – espanse di nuovo le distanze e i pianeti si allontanarono affinché tutto ritornasse infinito. L’estate poteva pure aver inizio e fine, ma nessuna verità si sarebbe fermata alla retorica ovvia di un copione scaduto: non terminava con un punto, ma seguiva la linea della sua eco.
«Non lo so…» rispose un sorriso vivo, colmo d’imbarazzo per l’inconsueta domanda. Lui tentava di leggere negli occhi un umore, una sensazione, un ché che non c’era oppure non si svelava; spostare quel velo, bianco, quando dietro sussurra l’alba, era una carezza così ambita quanto proibita. Nella musica, nel vuoto, l’intesa fu il silenzio.

«Metti una musica lenta che voglio sognare.» Ripenso alla scena di un film mentre fuori dalla finestra dentro un’altra stanza uguale alla mia uno scrittore analfabeta posa la sigaretta giunta al filtro e, pesante, controlla perché la sua macchina da scrivere non funziona più. Una musica lenta aiuterebbe a pensare, leggeri, che la meccanica delle idee non è un modello matematico, ma un’intuizione divina che perdona ogni distrazione di dio. Lo senti il suono del violino ora? È estate e stanotte si sta bene; vale la pena aprire il vetro e far ascoltare quella musica: lo scrittore si accorge di me.

Parlo poco. Osservo il mio vicino con gli occhi stanchi. La sua collezione di bic preferisce il nero al blu dell’inchiostro: conto con la meticolosità del notaio le sue ottantotto penne, schierate e pronte per un combattimento sul bordo alto della scrivania; solo due hanno un colore che non conosco e mi piace saperle così, incomprensibili. Vicino ci sono fogli bianchi, alcuni a righe, altri completamente vuoti. Sta scrivendo un saggio sul tempo: lo intuisco dal titolo obliquo appuntato su un foglietto che tiene davanti a sé. Altre parole, so, sono interrotte nella macchina da scrivere, impiccate di fretta da un boia poco rispettoso della vita, di ogni essenza.

«Cosa vuol dire “presto”?» Tendo l’orecchio, ma non giunge nessuna risposta. Presto non è domani, neppure dopodomani, magari tra una settimana?, oppure tra un mese? Lo scrittore si è alzato e nella sedia vedo solo la sua ombra fino all’attimo in cui, arreso, spegne la luce. Presto è un’idea – provo a completare il suo lavoro – che non dev’essere riassunta con nessuna formula matematica; è una definizione che il vile tradurrebbe con l’impazienza neanche troppo violenta di un momento già finito, non sospeso, privandola del fascino che la parola stessa possiede suscitando immagini che ognuno è in grado di decidere da sé. È la potenza della suggestione che incoraggia il durare del tempo e presto vuol dire anche mai, un intervallo di minuti infinito, ma che non può morire proprio per non avergli dato un punto di fine. Chissà se quel film si sarebbe mai spogliando mostrando i titoli di coda e un nome che pure oggi mi sembra di aver scritto…

«Abbassa un poco la musica perché sto iniziando a sognare e la colonna sonora si amplifica nei riverberi onirici: se mi prendi per mano t’insegnerò a camminare sui miei oceani.»