Martedì anoressico standard

Martedì, Luglio 7th, 2009

Paesaggio #2È martedì, nulla di nuovo; è martedì 7 luglio 2009. Poterne scrivere il numero, saperlo quindi contare, è un ricco dono della ragione senza il quale non si avrebbero le storie: una data non vuol dire niente, è un simbolo vacuo nell’eternità che appena si può immaginare, ma è indispensabile perché, nella logica del tempo, separa il prima dal poi raffinando il processo con cui, inconsciamente, si scrivono le trame dei romanzi – la vita? C’è, quindi, un potere suggestivo nella matematica dei calendari e sono poche le ricorrenze che lo stolto annota. Come quando alle scuole elementari, coi libri da leggere per compito, si saltavano due pagine ogni quattro, recuperando con l’intuito il filo del discorso, sì pensa di poter percepire la propria esistenza con intervalli irregolari, scadenze, anniversari, momenti, solo istanti: il tempo è un divenire continuo, ininterrotto. Nella descrizione delle lancette dell’orologio c’è un’imprecisione: è la sabbia che scivola nel collo della clessidra a non mentire.

Oggi è un martedì anoressico standard. Anoressico standard: enfatizzo un malessere puramente immaginario quasi per gioco, forse per far pensare o per decidere – cosa?, – come se l’eterno ragionare sia il fluire del tempo che io sto percorrendo ora a passi decisi. Lascio impronte leggere. Pongo domande che lo specchio non risponde, ma ripete: evito di scrivere la data di questo giorno, a me stesso, e sento che sta accadendo. È il mare che lava la sabbia quando accarezza la sponda, poi l’acqua si ritira; ricomincia. Posso scriverti un diario se vuoi… Vuoi? Più volte ho tentato di tenere un’agenda: è utile; si possono segnare appuntamenti, compleanni, visite mediche, emozioni. Tutte le volte che ci ho provato ho fallito: non sento nessuna colpa, neppure l’incapacità di gestire gli attimi; piuttosto respiro la presunzione di averli vissuti tutti.

Stamattina ho superato due esami: non di quelli difficili, però tocca lo stesso studiare curvando un poco la schiena sui fogli di carta scritti e facendo propri i ragionamenti lì espressi. Fatto! Ogni volta che do un esame, quando va bene, non provo nessuna gioia intima: la sensazione più comune è un senso di vuoto particolare; non so descriverlo bene e questa è una mia grave colpa (come se dovessi sapessi scrivere, io). Mi chiudo in me stesso; questo tempo può durare dai cinque ai centoventi minuti e sono attimi lunghissimi, ma carichi di sensazioni: un voto, gli appunti, mettere via, domani, la laurea… Insomma: esteriormente appare solo un’immensa apatia, ma, è intestina una vivezza piena. Ho ottenuto buoni voti: alzeranno la media. Subisco ancora i postumi della sensazione appena confessata, ma importa poco quando non sapete distinguere la mia felicità dalla mia tristezza.

Sabato. Non servono date per i giorni come gli altri: sarò io a renderli diversi, speciali. Uscirò appena potrò: mi curo poco della pioggia e se il sole batterà forte aspetterò il tramonto quando più inclinato arderà di meno nel cuore: ho in mente di fare qualche foto e impressionare fotogrammi da troppo tempo custoditi in rullini appena cominciati dentro vecchie macchine fotografiche. Prendo appunti per disegnare con la luce e se per un attimo ho osato immaginare il tuo volto, ho desiderato sintetizzarlo in una fotografia, perdonami il peccato: non oserò mai rubarti l’anima che è tua. Racconterò i colori che vedrò e mi lascerò sfiorare dal vento lieve che come il tempo non smette mai d’andare. Non avrò scadenze, non avrò i singhiozzi degli appuntamenti e se mai ci sarà una data allora non sarà finita lì.

Jocelyn Pook. Una sera: lunedì

Lunedì, Luglio 6th, 2009

Un manipolo di nuvole copre la luna.
Due note – lievi – ed è di nuovo nuda.
Scoperta nel cielo, un lenzuolo scivola
e riappare chiara, pallida la luce: Lei.
Immobile, lì, colma d’eleganza la notte
e ogni distanza appare impossibile, qui;
come pensarla un sogno e lo è.

Luna da quaggiù vali tanto, lo sai?
Guardo i porti per cui tu sei il faro
e i mille marinai non remano a largo.
Non soffia vento stasera: notte calma.
Una tavola blu conquista l’orizzonte:
vorrei affogare, mare, perdermi per te.
«Seguo la luna,» dico. Vado…

È lì. La luce non si estingue così,
ma è regina di questo tempo lento.
Si apre la finestra e le speranze,
loro sì, son capaci, iniziano a volare.
Arriva il pensiero che anela a lei,
la speranza che veglierà, una sera,
sui miei sogni migliori.

Un cellulare

Domenica, Luglio 5th, 2009

Correre04Non vado spesso a correre. Per questo motivo perdo in poco tempo il fiato: mi sono sufficienti dieci giorni senza uscire a ricevere aria che già ho l’allenamento di un professionista della poltrona e mi odio (senza esagerare). Adoro, quando ho tempo, inseguire chi va più veloce di me e, goffo, fare la stessa strada; poi, dopo il passaggio a livello c’è la salita dove finisce la strada asfaltata: inizia la “libertà” polverosa delle vie che cavalcano le colline.

Oggi è sabato: prima ha piovuto, ma il sole ha concluso la giornata, puntuale per il tramonto. Esco. Infilo le scarpe, controllo le chiavi di casa, afferro il telefono – non si sa mai – e scendo le scale. Dopo dieci minuti, forse meno, calpesto gli ultimi metri di asfalto: l’orizzonte in salita mostra la fila dei pali dell’elettricità, qualcuno è inclinato; a destra, invece, l’oro colore del grano si sta spegnendo, sbiadisce con la velocità del sole mentre si nasconde basso.

Corro. Faccio sempre la stessa strada, ma non mi assale la noia: la stanchezza anticipa e io mi gonfio di soddisfazione nel sentire le gambe indolenzite, l’aria che mi colpisce in volto, il fiato che manca ma non muoio. Intorno si aprono paesaggi conosciuti e per ogni stagione di diversi colori: non sopporto le case che spuntano rare qua e là negli incroci delle linee dei campi, ma non posso farne a meno: esistono. Più volte ho visto i quei luoghi pensando a foto sempre rimandate, poi dimenticate. Oggi no. Ho rallentato la corsa, un passo veloce, poi lento, infine fermo: c’erano scenari curiosi, abbandonati, interessanti e, come lo scrittore prende appunti sul moleskine, io avevo con me un cellulare economico – non si sa mai, conviene portarlo – e la sua piccola fotocamera di qualità bassa-bassa.

Ho osato. C’erano delle vasche vuote, c’era il tramonto. Per una volta non mi sono neanche vergognato di post-produrre foto fatte con un cellulare e poi messe online: non sono granché, sono idee, appunti; al momento bastano.

(Altre foto nell’album Facebook: Appunti distratti di quella cosa chiamata esistenza.)

Il capitano è fuori a pranzo

Venerdì, Luglio 3rd, 2009

Finito. Era da troppo tempo che desideravo togliermi di torno il diario di Bukowski Il capitano è fuori a pranzo: non mi piace; non rinnego il mio passato, il tempo in cui leggevo l’autore, ma ora quel modo di scrivere, quella maniera cruda di dire cose ripetitive e a tratti banali, mi stanca.

È successo che io sono cambiato. Però, per curiosità, ho completato la lettura di quel breve libro: è un diario, un modo per raccontarsi; in un’altra epoca l’avrei paragonato a un blog, l’avrei abbandonato lasciando il commento: «Mi annoia quello che dici: fai sempre le stesse cose e le sbatti lì come a dover cercare noi la novità nella tua monotona vita.» Sono rimasto deluso dallo scrittore e, ora, non mi spiego le ragioni dei numerosi fan: a cosa serve leggere tutti i suoi libri se già dopo averne letti tre si ha l’impressione di rileggere sempre lo stesso? Forse sono io ad essere distratto, superficiale… Eppure Bukowski qualche idea buona ce l’ha sempre, ma non esagera mai. In questo libro arriva al punto di criticare la banalità dei suoi colleghi, altri scrittori, poeti, ma non credo abbia le carte in regola per tirarsi fuori da quella stessa nuvola di cui parla tanto male. È semplicemente vecchio: più saggio, senza cose da dire; un inflazionato sé.

Di seguito ho scritto due righe per ricordarmi del “capitano”.

Qualcosa di nuovo o di fresco?

More about Il capitano è fuori a pranzo“Il capitano è fuori a pranzo e i marinai hanno preso il controllo della nave.” Bukowski, alla soglia dei settant’anni, invecchiato, incattivito, si racconta in un diario dove percorre il lento ticchettio dei suoi giorni: ogni capitolo inizia con una data e un’ora; il tempo, l’età prendono il sopravvento diventando gli unici elementi capaci di dare dinamismo ai discorsi dello scrittore.

Il pranzo dell’autore è piuttosto misero: nonostante il successo, nonostante gli ammiratori, nonostante il cambiamento radicale della sua realtà – la libertà di non dover vivere alla giornata – lui è rimasto lo stesso, solo un po’ segnato dal tempo. Una bottiglia di liquore forte e il suo computer: non serve nient’altro in casa quando Bukowski si mette a scrivere; ogni tanto parla della moglie Linda, ma più spesso invidia la pigrizia dei suoi numerosi gatti. I discorsi spaziano dai ricordi della sua vita passata al suo rapporto con le parole, le frasi ridotte all’essenziale e crude, prive di ogni abbellimento estetico. Lo stile è quello di sempre: si riconosce.

Il capitano è invecchiato ed è il primo a rendersene conto: l’umanità, fuori, è gonfia di marinai indisciplinati e banali; arriva la condanna dell’autore che si rassegna a quest’idea ed esce, frequenta le corse di cavalli, scommette, vince, perde, vede poveracci puntare su cavalli perdenti nella vana speranza di vincere e arricchirsi quel poco per rigiocare il giorno successivo. Mancano le giornate disordinate, i personaggi dei lavori fatti per mangiare, le donne, spesso prostitute; rimane solo il rapporto dello scrittore con l’ippodromo, un luogo che lui conosce da sempre: è lì dove, da buon osservatore, trae i giudizi sulla società. La vita è riassunta nell’attesa dell’esito di una gara; poi si torna a casa.

Il capitano è fuori a pranzo è un libro rapido: lo si legge in fretta e può piacere o no. Settant’anni e nulla par nuovo nelle parole dell’autore: c’è solo l’epilogo della sua vita, davvero vissuta ma quanto speciale? C’è una banalità che a tratti mette in dubbio le qualità di Bukowski come scrittore; non ha più nulla da offrire se non qualche buona idea e i discorsi di sempre repliche di quelli affrontati negli altri suoi libri. “[…] sono uno scrittore? Be’ sì. Come scrittore faccio fatica a leggere ciò che scrivono gli altri. Semplicemente non fa per me. Tanto per incominciare, non sanno buttare giù una riga, un paragrafo. […] Non c’è ritmo. Non c’è niente di nuovo o di fresco.” Il capitano è fuori a cena e parla di sé: ora che è uno “scrittore” può farlo.

Conversazione rubata

Sabato, Giugno 27th, 2009

«“Ti ho cercata, stasera, e nel buio non ho riconosciuto la tua immagine; tu fotografia, tu dipinto, dov’eri?”, mmm…» legge una voce ferma, saggia, priva di sentimenti ulteriori se non quelli del vivere il tempo e del costruire se stessi giorno dopo giorno. Continua, una domanda: «Che te ne pare?»
«Inizia così?» chiede in risposta l’interlocutore magro, un po’ calvo, con un passato alle spalle di scrittore e un romanzetto pubblicato per errore a giudicare dal numero di copie vendute. Tiene in mano una sigaretta ancora spenta e la agita tra l’indice e il medio mentre parla e dice «Continua, continua: inizia come al solito, mi pare.»
Il foglio tra le mani della voce ferma continua.
“Ho controllato in ogni ombra delle mie mani per intuire oroscopi deformati dalla luce obliqua del tramonto; poi, giunta la notte, è stato il quieto tepore di una candela a suggerirmi i destini tremolanti: avevo paura per un soffio di vento, lo temevo sbagliato. Ti ho pensata. Musa dov’eri quando io ti ho pensata e nelle figure impresse negli occhi come in un film non trovavo il tuo nome che posso anche urlare, ma è tardi e ho già rischiato di svegliarti: ora voglio solo baciarti…”
«No.», dopo aver interrotto la conversazione si accende la sigaretta, «È uguale, è banale, dice le stesse cose, sempre.
«Lo so: è proprio per questo che ho rubato questo brano che stava scrivendo; per interromperlo e per avere un tuo giudizio. Non possiamo pubblicare queste cose.» dice il primo lettore appoggiando sulla scrivania il foglio di carta.
«No…», conclude il silenzio.

Ero dietro la fessura della porta non perfettamente chiusa, ma solo accostata. Ho ascoltato la conversazione sui due critici che curano i lavori dello scrittore della finestra accanto. Oggi pure ho sbirciato di là e ho visto le stelle giocare a nascondino dietro le nuvole gonfie di pioggia. Penso che la macchina da scrivere ora funzioni perché il foglio letto nella conversazione è recente: ho incontrato il mio vicino proprio ieri e mi ha riferito che stava scrivendo un brano da donare alla sua musa – «tanto irreale», ha aggiunto – perché la sognava spesso e lo teneva appeso tra un evento onirico e una primavera solo immaginata.

La musa. Sapevo dell’esistenza di una ragazza che aveva sullo scrittore un effetto particolare, per me inspiegabile: lo sedava nei cattivi umori e lo liberava delle parole in eccesso che impedivano la nascita dei pensieri nuovi. Non conoscevo, però, altre informazioni su questa cosa che lui chiamava musa: era, per me, una presenza fissa in quella che per lui chiamavo “vita artistica”, una necessità insomma. Fu proprio da questa mia superficialità che mi stupii delle parole dei critici.

Lo scrittore scappato dalla finestra non avrebbe mai pubblicato niente di suo. In effetti, capivo, le sue parole erano troppo personali e troppo sentite dentro, senza la “censura” del cinismo: quando si metteva sulla macchina da scrivere o prendeva una penna era come confessare sé; in questo modo il suo voler raccontare storie rimaneva un atto di egocentrismo; non tollerato, quindi, dai processi commerciali di vendita di libri che esigevano una certa attenzione per il lettore. Al di della mia stanza c’era un uomo troppo romantico che tentava di approdare alla letteratura, ma le sue conversazioni segrete sarebbero rimaste lettere per la sua musa… Chi?

Metti una musica lenta

Giovedì, Giugno 25th, 2009

Palco vuoto«Ciao…», si era sempre chiesto com’era da fuori sentire la propria voce: anche in quel momento fu un’esigenza che gli permise per un attimo di scomparire.
«Ciao!», la voce di lei aveva qualcosa di musicale, composto,
elegante, così reale e presente che in un secondo fece implodere lo spazio immenso costruito prima. Tutto svanì come un soffio e all’orizzonte, poi in primo piano lui ricomparve. Dopo una pausa breve, aggiunse: «Ciao, ci vediamo presto.»
«Che vuol dire “ci vediamo presto”?» Il lampo: una luce nel silenzio – timidezza della conversazione – espanse di nuovo le distanze e i pianeti si allontanarono affinché tutto ritornasse infinito. L’estate poteva pure aver inizio e fine, ma nessuna verità si sarebbe fermata alla retorica ovvia di un copione scaduto: non terminava con un punto, ma seguiva la linea della sua eco.
«Non lo so…» rispose un sorriso vivo, colmo d’imbarazzo per l’inconsueta domanda. Lui tentava di leggere negli occhi un umore, una sensazione, un ché che non c’era oppure non si svelava; spostare quel velo, bianco, quando dietro sussurra l’alba, era una carezza così ambita quanto proibita. Nella musica, nel vuoto, l’intesa fu il silenzio.

«Metti una musica lenta che voglio sognare.» Ripenso alla scena di un film mentre fuori dalla finestra dentro un’altra stanza uguale alla mia uno scrittore analfabeta posa la sigaretta giunta al filtro e, pesante, controlla perché la sua macchina da scrivere non funziona più. Una musica lenta aiuterebbe a pensare, leggeri, che la meccanica delle idee non è un modello matematico, ma un’intuizione divina che perdona ogni distrazione di dio. Lo senti il suono del violino ora? È estate e stanotte si sta bene; vale la pena aprire il vetro e far ascoltare quella musica: lo scrittore si accorge di me.

Parlo poco. Osservo il mio vicino con gli occhi stanchi. La sua collezione di bic preferisce il nero al blu dell’inchiostro: conto con la meticolosità del notaio le sue ottantotto penne, schierate e pronte per un combattimento sul bordo alto della scrivania; solo due hanno un colore che non conosco e mi piace saperle così, incomprensibili. Vicino ci sono fogli bianchi, alcuni a righe, altri completamente vuoti. Sta scrivendo un saggio sul tempo: lo intuisco dal titolo obliquo appuntato su un foglietto che tiene davanti a sé. Altre parole, so, sono interrotte nella macchina da scrivere, impiccate di fretta da un boia poco rispettoso della vita, di ogni essenza.

«Cosa vuol dire “presto”?» Tendo l’orecchio, ma non giunge nessuna risposta. Presto non è domani, neppure dopodomani, magari tra una settimana?, oppure tra un mese? Lo scrittore si è alzato e nella sedia vedo solo la sua ombra fino all’attimo in cui, arreso, spegne la luce. Presto è un’idea – provo a completare il suo lavoro – che non dev’essere riassunta con nessuna formula matematica; è una definizione che il vile tradurrebbe con l’impazienza neanche troppo violenta di un momento già finito, non sospeso, privandola del fascino che la parola stessa possiede suscitando immagini che ognuno è in grado di decidere da sé. È la potenza della suggestione che incoraggia il durare del tempo e presto vuol dire anche mai, un intervallo di minuti infinito, ma che non può morire proprio per non avergli dato un punto di fine. Chissà se quel film si sarebbe mai spogliando mostrando i titoli di coda e un nome che pure oggi mi sembra di aver scritto…

«Abbassa un poco la musica perché sto iniziando a sognare e la colonna sonora si amplifica nei riverberi onirici: se mi prendi per mano t’insegnerò a camminare sui miei oceani.»

La moquette sul soffitto attutisce i passi svelti dei pensieri

Martedì, Giugno 23rd, 2009

Non commento. Facebook s’incaz*a se tento di scrivere qualcosa; ogni parola appesa un articolo, a una foto, a qualunque altra “libera” espressione virtuale rimane lì, immobile e non pubblicata. Non posso dire d’averci fatto il callo perché sarebbe anch’esso virtuale, cioè una chimera. Il messaggio di risposta proposto dal sito è lo stesso di una settimana fa: “You are blocked from making wall posts due to continued overuse of this feature”. Attendo.

L’estate è immaginaria – c’è qualcosa di vero stamattina? – e soffia un’aria fredda da destra a sinistra, poi torna indietro, da sinistra a destra: nessuno sembra essere a proprio agio con le maniche corte. Il corridoio verde, che ha almeno altri tre nomi, lo chiamavamo «corridoio magico» con il Red quando uscivamo dal bar, dopo un caffè, e lo percorrevamo lenti e sbadati con camminate diverse dalle sfilate delle ragazze di Edile e Architettura; oggi a quota 155 è freddo: strano. Non importa: se tutto dev’essere falso lo è anche la temperatura. Fuori il cielo è fotograficamente interessante, ho appena visto, ma non scatto nessuna foto: vi interessa il porto di Ancona?

Erano le 8.02 quando ho occupato questo tavolo. A quell’ora accanto ce n’era un altro vuoto. Prendo spesso questo posto perché adoro osservare le persone da vicino e chiedermi domande su coloro che occupano il tavolo di fianco e finché nessuno si siede immagino chi può mettersi lì con l’avidità innocente del bambino che sta per scartare un regalo nel giorno del suo compleanno. So che è un’esca: questi sono posti ambiti. La rete wireless viene attivata alle nove e fino a quel momento mi occupo di altro.

Eclipse va. Ho “aggiustato” il codice del plugin, provato il programma d’esempio, commentato qualche riga perché sennò non ci capisco più niente; l’acronimo CHS sta ad indicare l’insieme di coordinate per raggiungere un blocco del disco e qualche contraddizione tra i costruttori della classe l’ho risolta con impeto fascista! (Marco, ho modificato facendo in modo che il mio codice funzioni come nel main d’esempio.) Devo prendere un appuntamento per far vedere l’andazzo generale del progetto: forse giovedì quindi ho tempo.

Filippo è un disertore. Avevo l’impressione di essermi messo d’accordo con lui per vederci stamattina in facoltà ma: 1) ho capito male o 2) lui ha perso il treno oppure 3) la musa l’ha raggiunto a casa e sta facendo l’artista. Stamattina si sarebbe lavorato alla tesina per un altro esame, uno di quelli che mi mancano perché io ho il lusso dell’imbarazzo della scelta. Filippo ancora non c’è e stamattina sentivo d’aver preso il tavolo giusto: a sinistra c’è una ragazza biondina con un’amica, niente di ché; a destra ci sono due tipe, una è carina, ma ha il seno piccolo per essere una «tua» musa. Ogni tanto sfila una studentessa e in mano porta fogli più grandi di lei. L’aula alle mie spalle è piena di gente che sta studiando e chiacchierando: c’è anche l’amica della musa, la musa di Filippo, ma non ho visto lei.

Ora ho fame. Accanto si è iniziato a parlare di foto (paesaggi) e giardini botanici: io sto zitto perché non ne capisco niente. Mi sono alzato alle 5.20 e non mi pesa perché pure il sonno è un’invenzione della mente. Se esce qualcuno dalla porta di fianco e mi pianta un coltello nel fianco avrò novità da raccontare.

Il mio divieto di parlare

Lunedì, Giugno 22nd, 2009

Coccolo il mio divieto di parlare giunto una settimana dopo gli otto giorni del precedente silenzio forzato: sembra che Facebook ci stia prendendo gusto con me. Eppure non sa neanche come reagisco, l’espressione del mio volto quando appare il messaggio che ora conosco; è lì, ogni volta che tento di commentare. «Stavolta per quanto tempo non mi farai parlare?»

Me lo sentivo. Domenica o sabato – non ricordo – mi sono reso conto che stavo scrivendo di fretta e troppo sul sito, ma non mi sono fermato. C’era un’accesa discussione in corso, un botta-e-risposta attraverso i commenti allo status di un mio contatto: riguardava l’ipocrisia dell’italiano medio, della “furbizia”, tanta quanto la stupidità. In quel discorso io ero dalla parte sbagliata ovvero CONTRO e poco importa specificare perché sto andando fuori tema. Basta sapere che avevo la consapevolezza del troppo scrivere e pensavo di essermi fermato in tempo: ma è dipeso da quello il mio blocco attuale su Facebook? Non lo so.

Non commento. Avevo intenzione di pubblicare un bel post sul blog, ma non avevo previsto l’argomento: ecco, invece, che mi si presenta un tema, forse ripetitivo, sicuramente riconosciuto; ho la bocca tappata e non saprete mai se sorrido o son triste.

Passano e danno un colpetto sul tavolo

Martedì, Giugno 16th, 2009

Passano e danno un colpetto sul tavolo oppure strusciano le mani sulle sedie a coppia dal lato del corridoio. È un gesto prevalentemente maschile: poche ragazze fanno lo stesso quando sfilano coi seni, pance obesi oppure come modelle anonime coi sederi un po’ larghi perché ingegneria ti segna. Camminano e, quando trovano i posti disoccupati, tentano anche di fare venti metri di carezze al metallo degli schienali delle sedie. Sapete i bambini quando “suonano” i paletti delle recinzioni intorno ad anonimi palazzi con giardino condominiale? L’azione non si differenzia di molto: la soddisfazione nelle loro teste, non so.

È terribilmente irritante. Io sto tranquillo, penso alle mie cose e arriva il coglione che «tan!!!» fa suonare sedia/tavolo perché sono un tutt’uno: non mi sono mai chiesto se ci prova gusto; ho sempre soffocato il fastidio con la stessa velocità dello smorzamento delle vibrazioni. Poi, in realtà, il fastidio dominante sono le chiacchiere delle ragazze del tavolo accanto che, per studiare meglio, scelgo sempre errori genetici o antipatiche croniche: così mi distraggo meno.

Una settimana e il silenzio non ha più voce

Domenica, Giugno 14th, 2009

Gilberto Taccari's Facebook PageDomenica scorsa, 7 giugno 2009, finiva la mia “attività libera” su Facebook. Esattamente una settimana fa mi veniva tolta la possibilità di lasciare commenti ad ogni elemento pubblicato nelle bacheche dei contatti e nella mia: il malfunzionamento era prima educatamente taciuto con un messaggio “Please try again later”; ora, invece, appare una cornice con dentro le spiegazioni del blocco che io, buongustaio, lascio in inglese per far sì che non si perda nessun minimo significato nella traduzione verso l’italiano.

Gilberto Taccari è diventato un account a “senso unico”: posso solo pubblicare i contenuti, ma sono privato dei commenti per interagire coi miei contatti; funzionano la chat e la messaggistica interna del sito, ma per quanto tempo ancora non lo so. Il motivo del blocco è spiegato con un presunto abuso delle funzionalità di FB – in questo caso quella di poter commentare i post – anche se io non mi sono accorto e non sono stato avvertito di una soglia di uso massimo del servizio. Domenica, poi, cosa ho fatto di illecito? Ricordo che ho scritto molti commenti, questo sì: era nella segnalazione di un gruppo del tipo “Italiani si nasce, non si diventa”, la foto allegata mostrava un politico italiano di nome Benito Mussolini; avevo commentato l’adesione di un mio contatto e subito, a molla, mi si erano gettati contro gli amanti della patria e i nostalgici della cara e amichevole dittatura fascista. In realtà sono stato molto educato, ma loro mi hanno fatto capire che sono uno sputo, un italiano nato sbagliato: pazienza, dio o il duce erano distratti, ahimé! Dovevo star zitto.

Ora eccomi qua e scrivo poco. Il mio silenzio non ha più voce e l’etichetta Like con il pollice alzato funziona meno di un codice Morse quindi tanto vale starsene lì buoni e attendere che “blocks can last anywhere from a few hours to a few day.” Sono incastrato da un sistema informatico e mi chiedo pure se è salubre cambiare ancora status, pubblicare foto e fare queste-cose-qua; FB aggiunge “Unfortunately, we cannot lift the block for you.” Qualche giorno fa ho sistemato la pagina fan creata qualche tempo fa da Tania (che non mi caga più) per una scommessa e ho invitato nella maniera meno invasiva possibile i miei contatti a iscriversi lì in modo da mantenersi in contatto con me quando deciderò di cancellare l’account e tentarne uno nuovo per rimuovere il blocco da me. Stasera non scrivo in bacheca.