Nessun circo giovedì sera
Giovedì, Settembre 24th, 2009I mangiatori di spade sono tristi. Se ne stanno seduti su una panchina larga meno di cinque sederi e guardano fissi la terra battuta dagli elefanti negli allenamenti del pomeriggio: ognuno di loro ha davanti a sé la propria arma; la terza lama, a partire dal mozzicone di sigaretta appena gettato, è sporca di sangue; Y. sta imparando il mestiere e ha un esofago ancora da abituare. S., al centro, sognava una lunga storia d’amore, prima che L. lo lasciò, ma non fece in tempo ad impugnare il coltello: il circo se lo portò via prima.
Accanto all’ingresso ci sono le due contorsioniste. Durante gli spettacoli metà dei presenti si innamorano di loro e urlano i maschi come animali eccitati: le scimmie ammaestrate spesso dubitano, ma non è ancora il loro momento e fanno esercizi alle sbarre. N. e G. sono due ragazze giovani: nessuno conosce la loro età; leggenda vuole che siano state adottate dall’allevatore dei dromedari perché, separandosi da sua moglie, scegliendo il tendone piuttosto che una vita familiare standard, aveva maturato un forte desiderio di paternità. N. ha un neo alla base del collo che G. ogni tanto bacia sfiorando con le labbra la pelle come la più delicata carezza…
Fuori i leoni stanno dormendo. Nelle gabbie si distingue il cilindro del domatore e brandelli d’abito: le bestie hanno mangiato e riparate da una pelliccia folta attendono l’alba che verrà. Una leonessa saggia mostra il suo fascino con l’avanzare elegante che tutti i suoi amanti notano (e perdono la testa). Il cielo nuvoloso copre ogni indizio di oroscopo; ogni tanto abbaia qualche cane, poi torna di nuovo il silenzio.
Il pagliaccio è andato a fare una passeggiata. Ogni sera esce e si guarda intorno: cerca la collina più vicina e cammina in quella direzione fino a raggiungerla; arrivato si toglie il naso rosso dal suo naso vero e prende un fazzoletto. Rimane lì tra sé e sé a raccontarsi di quanto era bravo, di come sapeva far sorridere la gente e di come questa lo prendeva in giro… Dopo una mezz’ora torna e non c’è nessuno ad aspettarlo perché tutti dormono: sfila dal letto la sua coperta e se la infila sopra le spalle; si siede davanti una candela accesa e inizia a piangere.


«Ciao…», si era sempre chiesto com’era da fuori sentire la propria voce: anche in quel momento fu un’esigenza che gli permise per un attimo di scomparire.
