I banchi a ferro di cavallo, in quinta elementare, erano forse un modo per avere tutti un posto in prima fila: non lo so. La mia sedia era la seconda o la terza a partire dall’estremità destra – guardando in direzione della cattedra, – accanto a me sedeva M. o F., nomi (o personaggi) poco significativi per il seguito della trama. Si era nel lato della parete perpendicolare a quella con le finestre e una mattina di maggio che promette il sole raramente dice bugie: forse era aprile, magari marzo, ma quella luce dai vetri imitava bene la primavera inoltrata.
Erano tempi in cui si leggeva per forza. La maestra M. ci faceva scegliere i libri dalla biblioteca scolastica e ci dava un mese di tempo esatto per leggerli e riconsegnarli con la relazione scritta su fogli a righe. (Regola numero 1: gli errori non si possono correggere con il bianchetto.) Nella scelta del testo influivano, in ordine, questi fattori: lo spessore del volume; l’illustrazione in copertina; il titolo; la completezza del commento di quarta copertina. Solo alla fine ci si chiedeva dell’argomento. Il numero di pagine? Si era diventati così esperti, in quinta elementare, che lo stimavamo dalla larghezza del libro messo lì, verticale-obliquo, sulla mensola: l’errore non era superiore del dieci percento del valore esatto.
Era una gran pena la scadenza di quei compiti. All’inizio ero tutto eccitato per il libro preso in prestito, ma ben presto mi accorgevo la noia di certi testi per bambini: non mi sentivo grande, per carità, però essere presi in giro da romanzieri per l’infanzia era davvero troppo; i cartoni animati, ad esempio, sapevano rapportarsi meglio all’età che avevo. La maestra, però, non accettava obiezioni: «Dovete leggere.», diceva con autorità filonazista. Perdio, quanto s’incaz*ava se il giorno della consegna si inventava la scusa di aver dimenticato a casa la relazione! Così bisognava farlo e io non ero esente dal vile castigo però avevo imparato a saltare le pagine, leggendo solo a tratti e inventando il resto: le trame di quei romanzi non sono mai così complesse da non essere intuite e spesso giungevo a storie verosimili, soprattutto quando l’insegnante non conosceva il libro.
Per tutta la quinta elementare andai avanti inventando libri: non ero un gran lettore, ma sapevo di grammatica e la signorina M., altresì chiamata zitella considerata l’età, era più attenta alle ha senz’acca piuttosto che alle mie trame sintetiche e false. Andò sempre bene fin quando arrivò il momento di Quo vadis?. Lungi da me giudicare quel libro – io non l’ho letto – però ho il sospetto di aver sbagliato qualcosa nella valutazione preliminare descritta sopra; anche l’argomento non era dei miei preferiti e la quarta copertina stavolta non aiutava. Forse era un giorno di rientro: mi sembra che la mattina usai la scusa «maestra, ho dimenticato il quaderno a casa», ma nell’intervallo del pranzo non feci in tempo a trovare una trama per quel libro.
Le 15, poco più. MM. – la prima M è l’abbreviazione di maestra – mi chiese il quaderno per correggere la relazione. Glielo diedi. Non mi curai molto del suo lavoro, non lo facevo mai: mi girai a chiacchierare con il compagno accanto nel ferro di cavallo voltando le spalle alla cattedra, ma non durò molto perché la zitella alzo la voce, «Gilberto!», forse reclamando la mia attenzione. Dovevo essere rapido per gestire la situazione: all’epoca ero goffo, obeso e timido; per di più M. aveva il ciclo, elemento narrativo che scoprii solo più tardi. Non feci in tempo. «Cosa ha scritto? Come ha scritto? Questa relazione fa schifo. Tu non sai scrivere.», ricordo quella sua bocca grande e la dentatura maestosa, poi a seguire voce alta. Fu un tuono.
Me la cavai con l’obbligo di rifare la relazione e una settimana in più per finire il libro, ma non lo lessi affatto: semplicemente riconsegnai il compito in un giorno migliore. Terminarono i tempi delle elementari e non mi pesò affatto d’essere quello che non sapeva fare i bei temi, quello senza idee: io ero la matematica e poco m’interessavano le questioni letterarie. Una sorte simile, poi, mi accompagnò alle scuole medie: i voti bene, discreto degli anni precedenti si trasformarono anche in 5, 5 meno, 5 e mezzo, cioè numeri. Ero un incapace, un errore, come una virgola nel posto sbagliato, ma anche piuttosto sereno: tanto c’era la matematica!