Archivio per la categoria ‘Scrittura’

Un gatto

Venerdì, Novembre 20th, 2009

Ho visto un gatto attraversare la strada, essere colpito dal paraurti di una macchina, finire sotto, essere oltrepassato e rialzarsi, poi, incolume. «Voglio essere un gatto», mi dici e ti spegni la sigaretta perché hai deciso che non sai aspettare e il fumo lo porta via il vento.

Sono poche le cose che ti rendono simile a un gatto. Era nero, indossava una pelliccia lucida che rifletteva la luce dei lampioni, gialla; correva tra il marciapiede e un’aiuola in discesa avvelenata per far morire tutti i topi. Portava al collo un nastrino rosso, con un campanellino giallo che suonava ad ogni rincorsa: era un segno della sua libertà (falsa). I simboli sono importanti. «Cosa ci fa un gatto nero d’appartamento a quest’ora in mezzo alla strada?»

L’ultimo balzo è stato in direzione di un edificio abbandonato, rapido come attratto da qualcosa dall’altro lato della strada. Così sono andati i fatti: ha deciso di attraversare, di spingersi oltre, come un desiderio forte che neanche un sedativo lega; è stato colpito da un’automobile ad alta velocità, il guidatore se n’è accorto sono nello schianto; poi sì è rialzato, ha ondeggiato due o tre volte ed è corso via.

Solo la nebbia non esiste

Martedì, Novembre 17th, 2009

«Sono i lampioni che ti indicano la strada, non lo vedi? Potresti perderti se solo non ci fossero quelle linee parallele che ti insegnano la via. Tu credi di andare da qualche parte, ma sono quei pali umidi di metallo, arrugginiti, i lumi elettrici, a decidere per te.»

C’è poca atmosfera stasera di fuori. Tutto appare falso, come l’immagine di un sogno o un’allucinazione rapida nell’attimo prima di svenire che poi nulla ha più importanza. Le luci gialle fanno un grand effetto, ricordano le zone industriali quando da piccolo viaggiavo in macchina coi miei e attraversavo quegli agglomerati di fabbriche, camion, cemento e asfalto, di notte; preferisco il bianco rassicurante sempre acceso davanti casa quando comincia a far buio. Più in là, però, non è più luminoso; più in là c’è la nebbia.

Le vie di questo posto sono ordinate e brevi: in due ore, massimo, le hai viste tutte. E io le conosco. Dietro ogni angolo so quale automobile aspettarmi parcheggiata sul bordo della strada o la bicicletta appoggiata un metro distante il cancello di casa, ma non è la mia abitazione. Rimango distante dai paesaggi urbani troppo quotidiani: è come se l’intimità tra me e loro avesse maturato un sentimento d’odio; c’è la consapevolezza della non accettazione dello stato attuale delle cose che si manifesta con il rifiuto della mappa stradale del luogo che mi vive. Ciò non si traduce con il desiderio di fuga, ma evolve portando me al di là del contesto geografico, al centro del resto: è un modo per cambiare le necessità.

C’era poco da vedere alle sette di sera tranne tutto quello che era assente. L’umidità, vapore, un sipario di nebbia si alza solo quando lo spettacolo è lì: le abitudini perdono il loro significato e diventano novità, seppur previste. Quell’albero messo di traverso, la merda di cane, i pali perpendicolari dei cantieri, le foglie appena cadute, l’autostop, un camper disabitato, una bottiglia di birra gettata a terra, i vetri, la birra, i cadaveri dei topi, il parcheggio del supermercato, il crocifisso naif della moderna chiesa parrocchiale, gli altoparlanti-campane, un carrello della spesa e il cartello lavori in corso (un tombino): gli oggetti appaiono solo quando la distanza è breve abbastanza per spogliare le fotografie e vedere le immagini. Poi scompaiono… Si dissolvono dietro, quindi non esistono più.

«Tu vuoi venire a fare una passeggiata con me?»

Nessun circo giovedì sera

Giovedì, Settembre 24th, 2009

I mangiatori di spade sono tristi. Se ne stanno seduti su una panchina larga meno di cinque sederi e guardano fissi la terra battuta dagli elefanti negli allenamenti del pomeriggio: ognuno di loro ha davanti a sé la propria arma; la terza lama, a partire dal mozzicone di sigaretta appena gettato, è sporca di sangue; Y. sta imparando il mestiere e ha un esofago ancora da abituare. S., al centro, sognava una lunga storia d’amore, prima che L. lo lasciò, ma non fece in tempo ad impugnare il coltello: il circo se lo portò via prima.

Accanto all’ingresso ci sono le due contorsioniste. Durante gli spettacoli metà dei presenti si innamorano di loro e urlano i maschi come animali eccitati: le scimmie ammaestrate spesso dubitano, ma non è ancora il loro momento e fanno esercizi alle sbarre. N. e G. sono due ragazze giovani: nessuno conosce la loro età; leggenda vuole che siano state adottate dall’allevatore dei dromedari perché, separandosi da sua moglie, scegliendo il tendone piuttosto che una vita familiare standard, aveva maturato un forte desiderio di paternità. N. ha un neo alla base del collo che G. ogni tanto bacia sfiorando con le labbra la pelle come la più delicata carezza…

Fuori i leoni stanno dormendo. Nelle gabbie si distingue il cilindro del domatore e brandelli d’abito: le bestie hanno mangiato e riparate da una pelliccia folta attendono l’alba che verrà. Una leonessa saggia mostra il suo fascino con l’avanzare elegante che tutti i suoi amanti notano (e perdono la testa). Il cielo nuvoloso copre ogni indizio di oroscopo; ogni tanto abbaia qualche cane, poi torna di nuovo il silenzio.

Il pagliaccio è andato a fare una passeggiata. Ogni sera esce e si guarda intorno: cerca la collina più vicina e cammina in quella direzione fino a raggiungerla; arrivato si toglie il naso rosso dal suo naso vero e prende un fazzoletto. Rimane lì tra sé e sé a raccontarsi di quanto era bravo, di come sapeva far sorridere la gente e di come questa lo prendeva in giro… Dopo una mezz’ora torna e non c’è nessuno ad aspettarlo perché tutti dormono: sfila dal letto la sua coperta e se la infila sopra le spalle; si siede davanti una candela accesa e inizia a piangere.

“Innamorarti” tra virgolette ti distrae

Giovedì, Settembre 17th, 2009

NuvoleGli ultimi trenta minuti li hai trascorsi guardando il soffitto. Alternavi letto e pavimento, così, tanto per cambiare, distesa e ferma; il lampadario, pure, non è mosso ma è rimasto di lato a delimitare un’inquadratura più interessante. Pf!, fai.

L’intera giornata capovolta di nuovo in notte è stata gentile con te e non ti ha divorata. Le ore del giorno le hai passate tra fumetti, pop corn, cartoni animati e quelle canzoni che ascolti solo tu: un tempo ti avrebbero preso in giro per la tua musica, ma ora no; adesso sono tutti così indaffarati che le scritte sulle tue magliette sono insignificanti simboli; non hai poster appesi alle pareti e di tanto in tanto hai guardato fuori dalla finestra per scoprire dove arrivasse la tua immaginazione. Ma ora è buio: la luna e le stelle sono scomparse dietro le nuvole e il tuo telefono ancora non squilla.

“Innamorarti” tra virgolette ti distrae. A volte pensi… e sorridi perché sai che nessuno ti vede eppure vorresti così tanto che la trama distratta della tua vita si arricchisca di un personaggio che duri più di due brevi capitoli: ci vuole un protagonista!, esclami. Aspetti. Hai trovato un libro che non ricordavi sulla mensola alta: per prenderlo hai allungato il tuo corpo sulle punte dei piedi e le braccia, su, prima di farlo cadere a terra; c’è un segnalibro in mezzo alle pagine, lo apri.

p.s Questa è inventata, sia chiaro. A volte i miei lettori – come parlo? – trovano sempre qualcosa di autobiografico in quello che scrivo.

Di settembre. Conversazione

Venerdì, Settembre 11th, 2009

1 – Bar – Esterno giorno (tardo pomeriggio)

U. alza il bicchiere e lo avvicina lento alla bocca per bere un sorso; lo appoggia piano sul tavolo – primo piano sulla mano – e D. inizia la battuta.

D. Metti che loro due lo fanno e lei simula l’orgasmo…
U. (Cerca nella tasca interna della giacca il pacchetto di sigarette.) Sì.
D. Come potrà rimanerci lui, aspirante attore, ad esser tradito proprio da una recitazione?
U. (Sfila il pacchetto, estrae in fretta una sigaretta, l’accende.) Se lei è brava non se ne accorgerà.
D. Sì, ma metti che lui se ne accorga: un aspirante attore che per mestiere deve saper recitare subisce l’efficacia di una finzione nella sua vita reale, quella sotto il palco che conosce al di là della professione che riveste… È disarmante, secondo me.
U. (Risatina.) Cosa dici?
D. Sì. Vedi? Il ruolo che l’attore riveste diventa un abito che non può sfilarsi. Tolto il trucco si trova immerso in un mare di altri attori bravi almeno quanto lui, ma loro non lo fanno di mestiere: è la loro indole a renderli così (pausa) bravi.
U. Okay. Quindi? Cosa vuoi farci?
D. Be’, niente: ho solo pensato l’assurdità di certi film, di certi spettacoli teatrali. Ci vivono intorno persone così brave e gentili da recitare solo per noi… Non chiedono neanche i soldi per il biglietto: semplicemente mettono in atto una sceneggiatura così buona che appare la vita vera e lo è! Mi chiedo cos’è un attore e cosa abbia in più rispetto a tante persone che mi hanno preso in giro.
U. Un attore è una persona capace di calarsi in determinate situazioni inventate e di saperle interpretare nella maniera più giusta, in quella voluta dal regista, secondo me. Nella tua buffa storia come andrebbe a finire se anche lei fosse un’attrice?
D. Non lo so, non lo so… (Pausa lunga.) È assurdo tutto questo?
U. Ti stai chiedendo quante persone sono state vere con te? Con chi sei uscito ieri sera?
D. (Enfatizzare la battuta con ampi gesti di disapprovazione.) Ma che c’entra? Ieri sono uscito solo.
U. Io non ti capisco.
D. Neanch’io però mi sto applicando.
U. (Sorride.)
D. Un giorno ci scriverò una sceneggiatura: sarà la storia di un attore che… La scena del rapporto sessuale sarà verso la quarta o quinta scena, dopo aver presentato i personaggi… Da lì inizio un percorso che accompagnerà il protagonista nell’insana ricerca di ciò che è vero o falso nella sua vita quotidiana, nelle persone che incontra: nasceranno delle domande, indagini allo specchio, cose cose così. E la serenità starà negli attimi in cui l’attore reciterà perché il suo fingere per mestiere sarà l’unica sua certezza. (Fissa il bicchiere di U. a metà sul tavolo.) Ci penso…

Quinta elementare. Non leggo più

Giovedì, Settembre 3rd, 2009

I banchi a ferro di cavallo, in quinta elementare, erano forse un modo per avere tutti un posto in prima fila: non lo so. La mia sedia era la seconda o la terza a partire dall’estremità destra – guardando in direzione della cattedra, – accanto a me sedeva M. o F., nomi (o personaggi) poco significativi per il seguito della trama. Si era nel lato della parete perpendicolare a quella con le finestre e una mattina di maggio che promette il sole raramente dice bugie: forse era aprile, magari marzo, ma quella luce dai vetri imitava bene la primavera inoltrata.

Erano tempi in cui si leggeva per forza. La maestra M. ci faceva scegliere i libri dalla biblioteca scolastica e ci dava un mese di tempo esatto per leggerli e riconsegnarli con la relazione scritta su fogli a righe. (Regola numero 1: gli errori non si possono correggere con il bianchetto.) Nella scelta del testo influivano, in ordine, questi fattori: lo spessore del volume; l’illustrazione in copertina; il titolo; la completezza del commento di quarta copertina. Solo alla fine ci si chiedeva dell’argomento. Il numero di pagine? Si era diventati così esperti, in quinta elementare, che lo stimavamo dalla larghezza del libro messo lì, verticale-obliquo, sulla mensola: l’errore non era superiore del dieci percento del valore esatto.

Era una gran pena la scadenza di quei compiti. All’inizio ero tutto eccitato per il libro preso in prestito, ma ben presto mi accorgevo la noia di certi testi per bambini: non mi sentivo grande, per carità, però essere presi in giro da romanzieri per l’infanzia era davvero troppo; i cartoni animati, ad esempio, sapevano rapportarsi meglio all’età che avevo. La maestra, però, non accettava obiezioni: «Dovete leggere.», diceva con autorità filonazista. Perdio, quanto s’incaz*ava se il giorno della consegna si inventava la scusa di aver dimenticato a casa la relazione! Così bisognava farlo e io non ero esente dal vile castigo però avevo imparato a saltare le pagine, leggendo solo a tratti e inventando il resto: le trame di quei romanzi non sono mai così complesse da non essere intuite e spesso giungevo a storie verosimili, soprattutto quando l’insegnante non conosceva il libro.

Per tutta la quinta elementare andai avanti inventando libri: non ero un gran lettore, ma sapevo di grammatica e la signorina M., altresì chiamata zitella considerata l’età, era più attenta alle ha senz’acca piuttosto che alle mie trame sintetiche e false. Andò sempre bene fin quando arrivò il momento di Quo vadis?. Lungi da me giudicare quel libro – io non l’ho letto – però ho il sospetto di aver sbagliato qualcosa nella valutazione preliminare descritta sopra; anche l’argomento non era dei miei preferiti e la quarta copertina stavolta non aiutava. Forse era un giorno di rientro: mi sembra che la mattina usai la scusa «maestra, ho dimenticato il quaderno a casa», ma nell’intervallo del pranzo non feci in tempo a trovare una trama per quel libro.

Le 15, poco più. MM. – la prima M è l’abbreviazione di maestra – mi chiese il quaderno per correggere la relazione. Glielo diedi. Non mi curai molto del suo lavoro, non lo facevo mai: mi girai a chiacchierare con il compagno accanto nel ferro di cavallo voltando le spalle alla cattedra, ma non durò molto perché la zitella alzo la voce, «Gilberto!», forse reclamando la mia attenzione. Dovevo essere rapido per gestire la situazione: all’epoca ero goffo, obeso e timido; per di più M. aveva il ciclo, elemento narrativo che scoprii solo più tardi. Non feci in tempo. «Cosa ha scritto? Come ha scritto? Questa relazione fa schifo. Tu non sai scrivere.», ricordo quella sua bocca grande e la dentatura maestosa, poi a seguire voce alta. Fu un tuono.

Me la cavai con l’obbligo di rifare la relazione e una settimana in più per finire il libro, ma non lo lessi affatto: semplicemente riconsegnai il compito in un giorno migliore. Terminarono i tempi delle elementari e non mi pesò affatto d’essere quello che non sapeva fare i bei temi, quello senza idee: io ero la matematica e poco m’interessavano le questioni letterarie. Una sorte simile, poi, mi accompagnò alle scuole medie: i voti bene, discreto degli anni precedenti si trasformarono anche in 5, 5 meno, 5 e mezzo, cioè numeri. Ero un incapace, un errore, come una virgola nel posto sbagliato, ma anche piuttosto sereno: tanto c’era la matematica!

Imparai precocemente a leccare i francobolli

Mercoledì, Settembre 2nd, 2009

ParoleMantengo ricordi piuttosto nitidi delle mattine passate nell’ufficio postale poco distante da casa. Ci andavo sempre con mia madre, ero piccolo, per pagare la bolletta della luce, del gas o del telefono: queste cose qua. In realtà la coda, quando c’era, durava più o meno due o tre persone a quei tempi – era prima del ‘90, – e non penso di aver aspettato in fila mai più di dieci minuti, ma per un bambino anche un breve intervallo può apparire un’eternità: la noia dilata il tempo come un elastico.

Le sensazioni dell’ufficio postale erano tante: quando sei piccolo anche lo spazio è espanso e tutto ciò che contiene trasmette emozioni e pronuncia domande come quei perché? ricorsivi che fanno la rabbia dei genitori. Avete mai avuto un padre ingegnere che a due anni vi spiegava l’alba descrivendo il moto della Terra intorno al proprio asse? Io no, ma so di avere le carte in regola per essere un “cattivo” genitore. «Perché non lasci mai un commento?»

Della fila un po’ confusa ricordo le persone. Qua si conoscono tutti, si salutano, fanno grandi sorrisi; solo nei gusci domestici, al riparo da orecchie profane, poi, parlano male l’uno dell’altro ma non verranno a saperlo subito: sarà la voce del paese (è piccolo) a soffiarlo nell’aria attraverso quella misera ragnatela di vie che non conta cinquemila anime. In coda, riprendo, non c’era un ordine preciso: c’era un’apparenza di ordinamento; i più procedevano paralleli perché, in piccoli gruppi – fino a tre persone, coinvolgendo la coda accanto ,– si mettevano a discutere degli argomenti più vari. Lì si scriveva la cronaca locale, ma il giornalista in un posto come questo è un mestiere che non rende!

Quando arriva il nostro turno? Non arrivavo al banco e vedevo le fessure nel vetro dalla mia bassa statura. Smettevo di lamentarmi e mi accorgevo del ruolo a noi concesso (accanto c’era mia madre): dietro due individui di mezza età stavano chiacchierando, a volte rivolgendo lo sguardo in avanti, qualcuno spiando anche me; aspettavano; io ero il primo della fila. Il tintinnio delle monete da cento lire di resto era inconfondibile; peggio del finale di un film western sapevo che dovevo andare e uscivo preso per mano solo per il primo tratto di strada perché poi la disciplina la imparavo da me.

Riconosco poco l’ufficio postale oggi e solo per un breve periodo della mia vita ho collezionato francobolli, però so per certo d’aver imparato presto a leccare quelle piccole immagini da retro di una busta: a casa ero io che lo facevo quando si doveva inviare qualcosa e stasera che avrei pronta anche una lettera come faccio a spedirla senza conoscerne il destinatario?

Immagine. Appunti di un risveglio

Sabato, Agosto 29th, 2009

Copio/incollo sul blog una didascalia ben pensata, ma poco adatta a una foto… A volte la passione dello scrivere fa a pugni con l’intuizione di fotografare: ecco l’errore. Ma chi mi salva mi consiglia anche di non buttar via le parole, una bozza per me, brutta copia.

L’erezione mattutina poco rappresenta la rabbia di un vaffanc*lo urlato al mondo. È giorno, il sole alto infrange gli specchietti retrovisori, ma una macchina fantasma non conosce il mattino e i bicchieri stesi sul tavolo hanno l’odore pesante dell’alcol. C’è una macchia del tuo rossetto sul bordo del vetro; un’altra la troveranno in bagno dove hai appoggiato le labbra allo specchio, come a lasciare la firma, prima di scomparire. Ti ho vista vestirti e facevo finta di dormire: in fretta hai coperto il tuo corpo nudo e magro, tenendo in mano scarpe e borsetta sei uscita; hai avuto l’accortezza di non svegliarmi, camminando scalza, e come una ladra hai saputo richiudere gentilmente la porta. Il rumore lieve dell’addio fa eco tra le pareti disadorne di foto bruciate una notte prima. In quelle cartoline non c’eri tu, ma cosa importa ora? Tu non ci sei mai stata. Un’auto dabbasso t’aspetta: dai finestrini oscurati sporge una mano per gettare la sigaretta consumata a metà; nell’eleganza dei tuoi tacchi entri nel lato del passeggero; chiudi. Posso solo immaginarti, ora, perché io sono rimasto a letto a pensare che non è ancora il mio risveglio, ma soltanto il tuo. C’è una bottiglia ancora non vuota appoggiata sul pavimento, la forma della tua testa sul cuscino, le pieghe, indizi del tuo corpo; ci sono io, ma non è stato mai abbastanza.

Jocelyn Pook. Una sera: lunedì

Lunedì, Luglio 6th, 2009

Un manipolo di nuvole copre la luna.
Due note – lievi – ed è di nuovo nuda.
Scoperta nel cielo, un lenzuolo scivola
e riappare chiara, pallida la luce: Lei.
Immobile, lì, colma d’eleganza la notte
e ogni distanza appare impossibile, qui;
come pensarla un sogno e lo è.

Luna da quaggiù vali tanto, lo sai?
Guardo i porti per cui tu sei il faro
e i mille marinai non remano a largo.
Non soffia vento stasera: notte calma.
Una tavola blu conquista l’orizzonte:
vorrei affogare, mare, perdermi per te.
«Seguo la luna,» dico. Vado…

È lì. La luce non si estingue così,
ma è regina di questo tempo lento.
Si apre la finestra e le speranze,
loro sì, son capaci, iniziano a volare.
Arriva il pensiero che anela a lei,
la speranza che veglierà, una sera,
sui miei sogni migliori.

Metti una musica lenta

Giovedì, Giugno 25th, 2009

Palco vuoto«Ciao…», si era sempre chiesto com’era da fuori sentire la propria voce: anche in quel momento fu un’esigenza che gli permise per un attimo di scomparire.
«Ciao!», la voce di lei aveva qualcosa di musicale, composto,
elegante, così reale e presente che in un secondo fece implodere lo spazio immenso costruito prima. Tutto svanì come un soffio e all’orizzonte, poi in primo piano lui ricomparve. Dopo una pausa breve, aggiunse: «Ciao, ci vediamo presto.»
«Che vuol dire “ci vediamo presto”?» Il lampo: una luce nel silenzio – timidezza della conversazione – espanse di nuovo le distanze e i pianeti si allontanarono affinché tutto ritornasse infinito. L’estate poteva pure aver inizio e fine, ma nessuna verità si sarebbe fermata alla retorica ovvia di un copione scaduto: non terminava con un punto, ma seguiva la linea della sua eco.
«Non lo so…» rispose un sorriso vivo, colmo d’imbarazzo per l’inconsueta domanda. Lui tentava di leggere negli occhi un umore, una sensazione, un ché che non c’era oppure non si svelava; spostare quel velo, bianco, quando dietro sussurra l’alba, era una carezza così ambita quanto proibita. Nella musica, nel vuoto, l’intesa fu il silenzio.

«Metti una musica lenta che voglio sognare.» Ripenso alla scena di un film mentre fuori dalla finestra dentro un’altra stanza uguale alla mia uno scrittore analfabeta posa la sigaretta giunta al filtro e, pesante, controlla perché la sua macchina da scrivere non funziona più. Una musica lenta aiuterebbe a pensare, leggeri, che la meccanica delle idee non è un modello matematico, ma un’intuizione divina che perdona ogni distrazione di dio. Lo senti il suono del violino ora? È estate e stanotte si sta bene; vale la pena aprire il vetro e far ascoltare quella musica: lo scrittore si accorge di me.

Parlo poco. Osservo il mio vicino con gli occhi stanchi. La sua collezione di bic preferisce il nero al blu dell’inchiostro: conto con la meticolosità del notaio le sue ottantotto penne, schierate e pronte per un combattimento sul bordo alto della scrivania; solo due hanno un colore che non conosco e mi piace saperle così, incomprensibili. Vicino ci sono fogli bianchi, alcuni a righe, altri completamente vuoti. Sta scrivendo un saggio sul tempo: lo intuisco dal titolo obliquo appuntato su un foglietto che tiene davanti a sé. Altre parole, so, sono interrotte nella macchina da scrivere, impiccate di fretta da un boia poco rispettoso della vita, di ogni essenza.

«Cosa vuol dire “presto”?» Tendo l’orecchio, ma non giunge nessuna risposta. Presto non è domani, neppure dopodomani, magari tra una settimana?, oppure tra un mese? Lo scrittore si è alzato e nella sedia vedo solo la sua ombra fino all’attimo in cui, arreso, spegne la luce. Presto è un’idea – provo a completare il suo lavoro – che non dev’essere riassunta con nessuna formula matematica; è una definizione che il vile tradurrebbe con l’impazienza neanche troppo violenta di un momento già finito, non sospeso, privandola del fascino che la parola stessa possiede suscitando immagini che ognuno è in grado di decidere da sé. È la potenza della suggestione che incoraggia il durare del tempo e presto vuol dire anche mai, un intervallo di minuti infinito, ma che non può morire proprio per non avergli dato un punto di fine. Chissà se quel film si sarebbe mai spogliando mostrando i titoli di coda e un nome che pure oggi mi sembra di aver scritto…

«Abbassa un poco la musica perché sto iniziando a sognare e la colonna sonora si amplifica nei riverberi onirici: se mi prendi per mano t’insegnerò a camminare sui miei oceani.»