Martedì anoressico standard
Martedì, Luglio 7th, 2009
È martedì, nulla di nuovo; è martedì 7 luglio 2009. Poterne scrivere il numero, saperlo quindi contare, è un ricco dono della ragione senza il quale non si avrebbero le storie: una data non vuol dire niente, è un simbolo vacuo nell’eternità che appena si può immaginare, ma è indispensabile perché, nella logica del tempo, separa il prima dal poi raffinando il processo con cui, inconsciamente, si scrivono le trame dei romanzi – la vita? C’è, quindi, un potere suggestivo nella matematica dei calendari e sono poche le ricorrenze che lo stolto annota. Come quando alle scuole elementari, coi libri da leggere per compito, si saltavano due pagine ogni quattro, recuperando con l’intuito il filo del discorso, sì pensa di poter percepire la propria esistenza con intervalli irregolari, scadenze, anniversari, momenti, solo istanti: il tempo è un divenire continuo, ininterrotto. Nella descrizione delle lancette dell’orologio c’è un’imprecisione: è la sabbia che scivola nel collo della clessidra a non mentire.
Oggi è un martedì anoressico standard. Anoressico standard: enfatizzo un malessere puramente immaginario quasi per gioco, forse per far pensare o per decidere – cosa?, – come se l’eterno ragionare sia il fluire del tempo che io sto percorrendo ora a passi decisi. Lascio impronte leggere. Pongo domande che lo specchio non risponde, ma ripete: evito di scrivere la data di questo giorno, a me stesso, e sento che sta accadendo. È il mare che lava la sabbia quando accarezza la sponda, poi l’acqua si ritira; ricomincia. Posso scriverti un diario se vuoi… Vuoi? Più volte ho tentato di tenere un’agenda: è utile; si possono segnare appuntamenti, compleanni, visite mediche, emozioni. Tutte le volte che ci ho provato ho fallito: non sento nessuna colpa, neppure l’incapacità di gestire gli attimi; piuttosto respiro la presunzione di averli vissuti tutti.
Stamattina ho superato due esami: non di quelli difficili, però tocca lo stesso studiare curvando un poco la schiena sui fogli di carta scritti e facendo propri i ragionamenti lì espressi. Fatto! Ogni volta che do un esame, quando va bene, non provo nessuna gioia intima: la sensazione più comune è un senso di vuoto particolare; non so descriverlo bene e questa è una mia grave colpa (come se dovessi sapessi scrivere, io). Mi chiudo in me stesso; questo tempo può durare dai cinque ai centoventi minuti e sono attimi lunghissimi, ma carichi di sensazioni: un voto, gli appunti, mettere via, domani, la laurea… Insomma: esteriormente appare solo un’immensa apatia, ma, è intestina una vivezza piena. Ho ottenuto buoni voti: alzeranno la media. Subisco ancora i postumi della sensazione appena confessata, ma importa poco quando non sapete distinguere la mia felicità dalla mia tristezza.
Sabato. Non servono date per i giorni come gli altri: sarò io a renderli diversi, speciali. Uscirò appena potrò: mi curo poco della pioggia e se il sole batterà forte aspetterò il tramonto quando più inclinato arderà di meno nel cuore: ho in mente di fare qualche foto e impressionare fotogrammi da troppo tempo custoditi in rullini appena cominciati dentro vecchie macchine fotografiche. Prendo appunti per disegnare con la luce e se per un attimo ho osato immaginare il tuo volto, ho desiderato sintetizzarlo in una fotografia, perdonami il peccato: non oserò mai rubarti l’anima che è tua. Racconterò i colori che vedrò e mi lascerò sfiorare dal vento lieve che come il tempo non smette mai d’andare. Non avrò scadenze, non avrò i singhiozzi degli appuntamenti e se mai ci sarà una data allora non sarà finita lì.
Non vado spesso a correre. Per questo motivo perdo in poco tempo il fiato: mi sono sufficienti dieci giorni senza uscire a ricevere aria che già ho l’allenamento di un professionista della poltrona e mi odio (senza esagerare). Adoro, quando ho tempo, inseguire chi va più veloce di me e, goffo, fare la stessa strada; poi, dopo il passaggio a livello c’è la salita dove finisce la strada asfaltata: inizia la “libertà” polverosa delle vie che cavalcano le colline.





