Archivio per la categoria ‘Caro diario’

Martedì anoressico standard

Martedì, Luglio 7th, 2009

Paesaggio #2È martedì, nulla di nuovo; è martedì 7 luglio 2009. Poterne scrivere il numero, saperlo quindi contare, è un ricco dono della ragione senza il quale non si avrebbero le storie: una data non vuol dire niente, è un simbolo vacuo nell’eternità che appena si può immaginare, ma è indispensabile perché, nella logica del tempo, separa il prima dal poi raffinando il processo con cui, inconsciamente, si scrivono le trame dei romanzi – la vita? C’è, quindi, un potere suggestivo nella matematica dei calendari e sono poche le ricorrenze che lo stolto annota. Come quando alle scuole elementari, coi libri da leggere per compito, si saltavano due pagine ogni quattro, recuperando con l’intuito il filo del discorso, sì pensa di poter percepire la propria esistenza con intervalli irregolari, scadenze, anniversari, momenti, solo istanti: il tempo è un divenire continuo, ininterrotto. Nella descrizione delle lancette dell’orologio c’è un’imprecisione: è la sabbia che scivola nel collo della clessidra a non mentire.

Oggi è un martedì anoressico standard. Anoressico standard: enfatizzo un malessere puramente immaginario quasi per gioco, forse per far pensare o per decidere – cosa?, – come se l’eterno ragionare sia il fluire del tempo che io sto percorrendo ora a passi decisi. Lascio impronte leggere. Pongo domande che lo specchio non risponde, ma ripete: evito di scrivere la data di questo giorno, a me stesso, e sento che sta accadendo. È il mare che lava la sabbia quando accarezza la sponda, poi l’acqua si ritira; ricomincia. Posso scriverti un diario se vuoi… Vuoi? Più volte ho tentato di tenere un’agenda: è utile; si possono segnare appuntamenti, compleanni, visite mediche, emozioni. Tutte le volte che ci ho provato ho fallito: non sento nessuna colpa, neppure l’incapacità di gestire gli attimi; piuttosto respiro la presunzione di averli vissuti tutti.

Stamattina ho superato due esami: non di quelli difficili, però tocca lo stesso studiare curvando un poco la schiena sui fogli di carta scritti e facendo propri i ragionamenti lì espressi. Fatto! Ogni volta che do un esame, quando va bene, non provo nessuna gioia intima: la sensazione più comune è un senso di vuoto particolare; non so descriverlo bene e questa è una mia grave colpa (come se dovessi sapessi scrivere, io). Mi chiudo in me stesso; questo tempo può durare dai cinque ai centoventi minuti e sono attimi lunghissimi, ma carichi di sensazioni: un voto, gli appunti, mettere via, domani, la laurea… Insomma: esteriormente appare solo un’immensa apatia, ma, è intestina una vivezza piena. Ho ottenuto buoni voti: alzeranno la media. Subisco ancora i postumi della sensazione appena confessata, ma importa poco quando non sapete distinguere la mia felicità dalla mia tristezza.

Sabato. Non servono date per i giorni come gli altri: sarò io a renderli diversi, speciali. Uscirò appena potrò: mi curo poco della pioggia e se il sole batterà forte aspetterò il tramonto quando più inclinato arderà di meno nel cuore: ho in mente di fare qualche foto e impressionare fotogrammi da troppo tempo custoditi in rullini appena cominciati dentro vecchie macchine fotografiche. Prendo appunti per disegnare con la luce e se per un attimo ho osato immaginare il tuo volto, ho desiderato sintetizzarlo in una fotografia, perdonami il peccato: non oserò mai rubarti l’anima che è tua. Racconterò i colori che vedrò e mi lascerò sfiorare dal vento lieve che come il tempo non smette mai d’andare. Non avrò scadenze, non avrò i singhiozzi degli appuntamenti e se mai ci sarà una data allora non sarà finita lì.

Un cellulare

Domenica, Luglio 5th, 2009

Correre04Non vado spesso a correre. Per questo motivo perdo in poco tempo il fiato: mi sono sufficienti dieci giorni senza uscire a ricevere aria che già ho l’allenamento di un professionista della poltrona e mi odio (senza esagerare). Adoro, quando ho tempo, inseguire chi va più veloce di me e, goffo, fare la stessa strada; poi, dopo il passaggio a livello c’è la salita dove finisce la strada asfaltata: inizia la “libertà” polverosa delle vie che cavalcano le colline.

Oggi è sabato: prima ha piovuto, ma il sole ha concluso la giornata, puntuale per il tramonto. Esco. Infilo le scarpe, controllo le chiavi di casa, afferro il telefono – non si sa mai – e scendo le scale. Dopo dieci minuti, forse meno, calpesto gli ultimi metri di asfalto: l’orizzonte in salita mostra la fila dei pali dell’elettricità, qualcuno è inclinato; a destra, invece, l’oro colore del grano si sta spegnendo, sbiadisce con la velocità del sole mentre si nasconde basso.

Corro. Faccio sempre la stessa strada, ma non mi assale la noia: la stanchezza anticipa e io mi gonfio di soddisfazione nel sentire le gambe indolenzite, l’aria che mi colpisce in volto, il fiato che manca ma non muoio. Intorno si aprono paesaggi conosciuti e per ogni stagione di diversi colori: non sopporto le case che spuntano rare qua e là negli incroci delle linee dei campi, ma non posso farne a meno: esistono. Più volte ho visto i quei luoghi pensando a foto sempre rimandate, poi dimenticate. Oggi no. Ho rallentato la corsa, un passo veloce, poi lento, infine fermo: c’erano scenari curiosi, abbandonati, interessanti e, come lo scrittore prende appunti sul moleskine, io avevo con me un cellulare economico – non si sa mai, conviene portarlo – e la sua piccola fotocamera di qualità bassa-bassa.

Ho osato. C’erano delle vasche vuote, c’era il tramonto. Per una volta non mi sono neanche vergognato di post-produrre foto fatte con un cellulare e poi messe online: non sono granché, sono idee, appunti; al momento bastano.

(Altre foto nell’album Facebook: Appunti distratti di quella cosa chiamata esistenza.)

La moquette sul soffitto attutisce i passi svelti dei pensieri

Martedì, Giugno 23rd, 2009

Non commento. Facebook s’incaz*a se tento di scrivere qualcosa; ogni parola appesa un articolo, a una foto, a qualunque altra “libera” espressione virtuale rimane lì, immobile e non pubblicata. Non posso dire d’averci fatto il callo perché sarebbe anch’esso virtuale, cioè una chimera. Il messaggio di risposta proposto dal sito è lo stesso di una settimana fa: “You are blocked from making wall posts due to continued overuse of this feature”. Attendo.

L’estate è immaginaria – c’è qualcosa di vero stamattina? – e soffia un’aria fredda da destra a sinistra, poi torna indietro, da sinistra a destra: nessuno sembra essere a proprio agio con le maniche corte. Il corridoio verde, che ha almeno altri tre nomi, lo chiamavamo «corridoio magico» con il Red quando uscivamo dal bar, dopo un caffè, e lo percorrevamo lenti e sbadati con camminate diverse dalle sfilate delle ragazze di Edile e Architettura; oggi a quota 155 è freddo: strano. Non importa: se tutto dev’essere falso lo è anche la temperatura. Fuori il cielo è fotograficamente interessante, ho appena visto, ma non scatto nessuna foto: vi interessa il porto di Ancona?

Erano le 8.02 quando ho occupato questo tavolo. A quell’ora accanto ce n’era un altro vuoto. Prendo spesso questo posto perché adoro osservare le persone da vicino e chiedermi domande su coloro che occupano il tavolo di fianco e finché nessuno si siede immagino chi può mettersi lì con l’avidità innocente del bambino che sta per scartare un regalo nel giorno del suo compleanno. So che è un’esca: questi sono posti ambiti. La rete wireless viene attivata alle nove e fino a quel momento mi occupo di altro.

Eclipse va. Ho “aggiustato” il codice del plugin, provato il programma d’esempio, commentato qualche riga perché sennò non ci capisco più niente; l’acronimo CHS sta ad indicare l’insieme di coordinate per raggiungere un blocco del disco e qualche contraddizione tra i costruttori della classe l’ho risolta con impeto fascista! (Marco, ho modificato facendo in modo che il mio codice funzioni come nel main d’esempio.) Devo prendere un appuntamento per far vedere l’andazzo generale del progetto: forse giovedì quindi ho tempo.

Filippo è un disertore. Avevo l’impressione di essermi messo d’accordo con lui per vederci stamattina in facoltà ma: 1) ho capito male o 2) lui ha perso il treno oppure 3) la musa l’ha raggiunto a casa e sta facendo l’artista. Stamattina si sarebbe lavorato alla tesina per un altro esame, uno di quelli che mi mancano perché io ho il lusso dell’imbarazzo della scelta. Filippo ancora non c’è e stamattina sentivo d’aver preso il tavolo giusto: a sinistra c’è una ragazza biondina con un’amica, niente di ché; a destra ci sono due tipe, una è carina, ma ha il seno piccolo per essere una «tua» musa. Ogni tanto sfila una studentessa e in mano porta fogli più grandi di lei. L’aula alle mie spalle è piena di gente che sta studiando e chiacchierando: c’è anche l’amica della musa, la musa di Filippo, ma non ho visto lei.

Ora ho fame. Accanto si è iniziato a parlare di foto (paesaggi) e giardini botanici: io sto zitto perché non ne capisco niente. Mi sono alzato alle 5.20 e non mi pesa perché pure il sonno è un’invenzione della mente. Se esce qualcuno dalla porta di fianco e mi pianta un coltello nel fianco avrò novità da raccontare.

Il mio divieto di parlare

Lunedì, Giugno 22nd, 2009

Coccolo il mio divieto di parlare giunto una settimana dopo gli otto giorni del precedente silenzio forzato: sembra che Facebook ci stia prendendo gusto con me. Eppure non sa neanche come reagisco, l’espressione del mio volto quando appare il messaggio che ora conosco; è lì, ogni volta che tento di commentare. «Stavolta per quanto tempo non mi farai parlare?»

Me lo sentivo. Domenica o sabato – non ricordo – mi sono reso conto che stavo scrivendo di fretta e troppo sul sito, ma non mi sono fermato. C’era un’accesa discussione in corso, un botta-e-risposta attraverso i commenti allo status di un mio contatto: riguardava l’ipocrisia dell’italiano medio, della “furbizia”, tanta quanto la stupidità. In quel discorso io ero dalla parte sbagliata ovvero CONTRO e poco importa specificare perché sto andando fuori tema. Basta sapere che avevo la consapevolezza del troppo scrivere e pensavo di essermi fermato in tempo: ma è dipeso da quello il mio blocco attuale su Facebook? Non lo so.

Non commento. Avevo intenzione di pubblicare un bel post sul blog, ma non avevo previsto l’argomento: ecco, invece, che mi si presenta un tema, forse ripetitivo, sicuramente riconosciuto; ho la bocca tappata e non saprete mai se sorrido o son triste.

Una settimana e il silenzio non ha più voce

Domenica, Giugno 14th, 2009

Gilberto Taccari's Facebook PageDomenica scorsa, 7 giugno 2009, finiva la mia “attività libera” su Facebook. Esattamente una settimana fa mi veniva tolta la possibilità di lasciare commenti ad ogni elemento pubblicato nelle bacheche dei contatti e nella mia: il malfunzionamento era prima educatamente taciuto con un messaggio “Please try again later”; ora, invece, appare una cornice con dentro le spiegazioni del blocco che io, buongustaio, lascio in inglese per far sì che non si perda nessun minimo significato nella traduzione verso l’italiano.

Gilberto Taccari è diventato un account a “senso unico”: posso solo pubblicare i contenuti, ma sono privato dei commenti per interagire coi miei contatti; funzionano la chat e la messaggistica interna del sito, ma per quanto tempo ancora non lo so. Il motivo del blocco è spiegato con un presunto abuso delle funzionalità di FB – in questo caso quella di poter commentare i post – anche se io non mi sono accorto e non sono stato avvertito di una soglia di uso massimo del servizio. Domenica, poi, cosa ho fatto di illecito? Ricordo che ho scritto molti commenti, questo sì: era nella segnalazione di un gruppo del tipo “Italiani si nasce, non si diventa”, la foto allegata mostrava un politico italiano di nome Benito Mussolini; avevo commentato l’adesione di un mio contatto e subito, a molla, mi si erano gettati contro gli amanti della patria e i nostalgici della cara e amichevole dittatura fascista. In realtà sono stato molto educato, ma loro mi hanno fatto capire che sono uno sputo, un italiano nato sbagliato: pazienza, dio o il duce erano distratti, ahimé! Dovevo star zitto.

Ora eccomi qua e scrivo poco. Il mio silenzio non ha più voce e l’etichetta Like con il pollice alzato funziona meno di un codice Morse quindi tanto vale starsene lì buoni e attendere che “blocks can last anywhere from a few hours to a few day.” Sono incastrato da un sistema informatico e mi chiedo pure se è salubre cambiare ancora status, pubblicare foto e fare queste-cose-qua; FB aggiunge “Unfortunately, we cannot lift the block for you.” Qualche giorno fa ho sistemato la pagina fan creata qualche tempo fa da Tania (che non mi caga più) per una scommessa e ho invitato nella maniera meno invasiva possibile i miei contatti a iscriversi lì in modo da mantenersi in contatto con me quando deciderò di cancellare l’account e tentarne uno nuovo per rimuovere il blocco da me. Stasera non scrivo in bacheca.

Diario, 11 giugno 2009

Giovedì, Giugno 11th, 2009

Mi sveglio perché le zanzare sfigurano il mio viso, nel lato destro. Sono le cinque circa quando, reduce di un brutto incubo, apro gli occhi rapido: c’è il rumore di un insetto che vola; lo scaccio; fuori dalla finestra si sta facendo giorno; ci sono gli uccelli che conversano animatamente, ma io non li ascolto. Corro allo specchio, più per rendermi conto di me che per guardare il volto; sono in bagno, piscio; poi mi affaccio nel rettangolo di vetro e vedo un viso innaturale e gonfio: fa niente, non ho comunque un bell’aspetto. Torno in camera e mi rimetto a dormire: dopotutto è ancora presto.

La prima sveglia suoneria-polifonica-di-cellulare suona alle 6:30: spengo e posto l’orario a non ricordo, minuto più, minuto meno. Faccio la stessa cosa all’arrivo del secondo stormo di rintocchi elettronici; fuori, intanto, il sole, vedo, è alto e i raggi obliqui colpiscono il terreno con angoli sempre più ampi che tra non molto saranno perpendicolari. L’ultima mitraglia suona, uscendo dalla trincea, alle 6.55 – delizia estetica dell’orario – e mi alzo, sull’attenti come un militare sott’amfetamine: è il momento buono per quelli come me, così nati troppo sbagliati.

Facebook non mi permette di commentare (da domenica sera) così posso sentirmi ancora asociale. Non so per quale strano errore/motivo sono considerato uno spammer, uno oppure che usa i maniera sbagliata i servizi offerti dal sito. Faccio un giro tra i gruppi nostalgici del duce, tra quelli di violentatori, pervertiti, bambole gonfiabili e manichini impotenti: ognuno ha qualcosa da dire, tutti con proprie follie e rabbie; loro scrivono, io no. Chissà per quanto tempo ancora…

Pigra Roma

Martedì, Giugno 2nd, 2009

Pausa. Questo vento spazza via le sigarette senza filtro e la cenere vola via coprendo distanze che gli occhi non sanno: al primo piano ogni palazzo intorno, edifici di borgata, è un ostacolo; il sole forte, mitigato dall’aria fresca abbaglia nell’urto coi vetri delle bottiglie vuote; io sto come la definizione sintetica del termine immobilità. Tutto vive, tutto intorno subisce un moto che male si racconta a parole; io, inoltre, non sono neanche tanto bravo. Scrivo (breve).

Dentro gente più esperta di me lavora a foto costruite sopra belle idee: guardo la pigrizia di Riccardo mentre di dondola e lascio ustionare il braccio destro dalla luce per chiudere il conto aperto un paio di giorni fa nel giro in centro come turista. Ho fatto foto, ma non tante come volevo, non solo scatti da turista perché ogni volta che sono nella capitale evito quei lati della città: frequento gente, conosco, subisco i rapporti umani, ma il senso è positivo. Le mie non sono foto belle, in generale, ma qualcuna l’apprezzo più di altre –  sono molto duro con me stesso. Il mouse rovesciato sopra il tavolo si abbronza; gli uccelli cantano; io balbetto le dita di una tastiera.

Dormo poco: pausa. Martina, ieri, ho letto su FB, ha promesso di uccidermi, ma ancora non l’ha fatto perché oggi è impegnata e ha i capelli belli. L’ordine di quel che scrivo è confuso e spengo il computer, vado via: non ho un biglietto per il ritorno – lo comprerò, – rientro in casa… (Qualcuno in questi giorni ha anche tentato di fotografarmi.)

5:20 e non pesa

Martedì, Maggio 26th, 2009

ConeroStrano. Stamattina, martedì 26 maggio 2009, non ho sentito il peso della sveglia puntuale alle 5 e 20. È questo l’orario adeguato per prendere il treno delle sei e qualche minuto e transumare culo, cuore e sentimenti ad Ancona con scadenza giovedì o, al massimo, venerdì: non amo molto la città, non mi piace il faro che fa luce di spalle, ho caldo.

L’ora, per la prima volta, l’ho controllata alle quattro e qualcosa, forse quasi le cinque: fuori era giorno e non si sanno mai gli scherzi delle sveglie! C’era una quiete piacevole e dalla finestra dove ieri tre stelle facevano l’occhiolino – una più brillante – si mostrava un azzurro pallido tendente al bianco per approssimazione onirica. Pace, l’aggettivo adatto. Pure la temperatura sembrava indulgente e il sole già spuntato attendeva d’incendiare un’altra giornata di maggio: una brezza fresca entrava nella stanza, poi usciva da uno spiraglio nella porta socchiusa per andare verso la cucina. Mi sono riaddormentato.

L’abbaiare dei cani in coro la suoneria polifonica della sveglia sono stati i suoni che alle cinque e venti mi hanno dato il buongiorno. Mi sono alzato di fretta, seminudo: «Strano. Stamattina non mi pesa quest’ora,» ho detto. Se solo pensassi alla fatica dell’inverno passato… Era un trauma alzarsi, ma non è l’estate a fare quest’effetto ora. Ieri sera ho seguito il solito copione: computer, buonanotte, cucina, acqua, zapping TV, letto; continuo a dormire poco e spesso faccio l’una pensando che tanto quattro ore circa di sonno, una volta a settimana, possono bastarmi; il sonno tornerà solo alle 15 del pomeriggio o poco più in là. La verità, oggi, è che non stavo proprio bene a letto: l’idea martellante che sarebbe stata una giornata incendiaria mi aveva privato del desiderio del letto.

La colazione dura poco. Di solito affogo due, tre, quattro biscotti nel latte e lo finisco d’un sorso senza riprendere fiato: solo nei giorni di festa, in quelli di calma assoluti, affronto il pasto con calma e con gusto artistico; oggi no! Finisco di prepararmi ed esco. Dopo due minuti sono già in stazione, senza pesi, ma solo un poco annoiato.

I manichini sono a dieta

Sabato, Maggio 23rd, 2009

Shopping. Non sono capace di andare in giro per negozi e valutare questo, valutare quello; scegliere… Il mio difetto è l’insicurezza: sarà che fuori non mi piaccio quindi qualunque cosa mi metto non mi soddisfa?, sarà la musica che passa non stop ed è sempre della stessa tonalità pessima?, sarà il sabato un giorno non adatto?

Oggi non è andata male come l’altra volta, ma non mi ritengo soddisfatto. Ho acquistato qualcosa, ma la lista della spesa era più lunga di un paio di punti, nonostante la crisi. Pensare che addirittura mi sono provato un paio di pantaloni che pensavo mi piacessero, ma poi ho cambiato idea: non erano fatti per me o, all’opposto, io non ero il loro manichino ideale. Tzè! La commessa era pure “gentile”, ce la metteva tutta, si vedeva, nonostante il fastidioso dialetto da entroterra maceratese: le ho fatto un paio di domande, ho ringraziato, sono uscito dal negozio.

I manichini sono in forma: penso sia colpa della dieta. Avevo paura di loro oggi pomeriggio: avvicinandomi li vedevo silenziosi, a loro agio con i vestiti oppure nudi: io no; io vagavo alla ricerca di qualcosa per me, qualcosa di mio e i negozi sembrano belli pieni, ma per me non c’è ancora nulla da fare.

L’avversione parziale per lo shopping

Sabato, Maggio 16th, 2009

shopping s.m. inv. L’andare per negozi a fare compere.
Dal Dizionario della Lingua Italiana Hoepli.

Avversione parziale (shopping)Shopping: può, il termine, riassumere le intenzioni del sabato pomeriggio appena trascorso? Mangio il tramonto come un cono gelato a cavallo di una collina mentre guardo il sole stendele lenzuola d’ombra e nascondersi oltre l’orizzonte: è un’ora buona per tirar le somme o sbagliare di nuovo i conti che i registratori di cassa mi hanno risparmiato; la crisi, io, la provoco per indole.

Ero convinto, lo ammetto: avrei fatto quel giro demoniaco per tutti i negozi del centro commerciale e avrei trovato l’abbigliamento adeguato, quella maglia, quel pantalone, quei guanti… – ho sbagliato stagione, diomio! – che mi sarebbero piaciuti; come riuscire nell’impresa dopo che mio fratello mi ricorda il numero di negozi visitati? Ero certo che stavolta non avrei rimandato la desiderata/odiata scelta di qualcosa per me. Ho scoperto, ahimé, che anche i castelli di sabbia meglio costruiti vengono giù con un bel soffio.

La signorina X, al lettore non interesserà il nome, l’aveva detto: non mi ci vedeva proprio a far shopping. Come poter contraddire il suo presentimento se, a dir la verità, neanche io mi ci vedo troppo? La mia natura è un errore: come vestirmi, quando, perché, se accostati a punti interrogativi diventano le domande riverberanti nella testa (appena trovo parcheggio).

Il centro commerciale è sempre lo stesso; voglio dire: lo stereotipo non si smentisce e il sabato c’è un’amplificazione fenomenologica dovuta alla massa di lavoratori che approfittano così del loro tempo libero. Io evito sempre certi giorni e certi orari, ma questa volta no: durante la settimana non ho mai tempo e Leonardo, il quale mi accompagna paziente, ha da fare; il compromesso è stato il primo pomeriggio, un poco in ritardo.

Appena si aprono le porte automatiche sono inconfondibili due cose: l’aria condizionata e la musica da best seller (cioè miglior venditore). «Andiamo ad affogarci nell’aria condizionata dei centri commerciali, andiamo a scoparci i manichini in vetrina.» Il parcheggio di solito brucia già prima l’orario di apertura: quando il cliente entra subisce quella sensazione di paradiso effimero che fa godere in pieno il momento, pausa, e invoglia a rimanere lì, passeggiando in processioni scomposte; inconsciamente si acquista anche per noia! Poi c’è la musica: dio, quanto odio quella musica. A pensare che alla maggioranza piace quella roba – sennò non la passerebbero già nei parcheggi con gli altoparlanti – mi viene un’infelicità universale, per tutti. Lei c’è; appena si svolta una curva si sente l’urto di due carrelli e poi ricomincia un ritornello che si è già ripetuto quindici volte: sempre la stessa roba… Non cambia niente.

Andare in giro per i negozi per me è un rito. Prima faccio il tour delle vetrine con passo veloce: sto attento ai colori, alle persone che entrano ed escono e a non inciampare o urtare qualcuno. Dopo questa prima fase ho già in mente l’elenco dei negozi in cui entrerò a cercare qualcosa e seguirò l’ordine della lista: qui, là, aspetta!, sì. Solo in seguito deciderò cosa e dove comprare, se la ricerca è andata a buon fine. Quando devo acquistare qualche capo d’abbigliamento mi pare sempre di partire in guerra: anche adesso che sto raccontando ho come l’impressione che ogni gesto apparentemente non premeditato nell’attività dello shopping sia invece una precisa azione di una più grande strategia. È una malattia?

Oggi non ho comprato niente. Mi sono impegnato, caz*o, ma né mio fratello, né me sono riusciti a farmi decidere su questa o quella maglia o su un paio di pantaloni: avevo le carte in regola per essere il buon acquirente, ma non ne ho avuto il coraggio, così da rimandare, sconfitto. Compulsivo mi sono interessato di più ai fidanzatini per mano, alle famigliole coi bimbi in mano, alle mani della gelataia, a quelle della commessa che ripiega una maglietta blu, a un signore che sfoglia un libro. I manichini sembrano non approvare la scelta del loro abbigliamento: alcuni sorridono, ma sono falsi; altri sono decapitati. Ammiro gli abiti indossati da modelle di plastica dai seni perfetti: le vetrine sono pulite, le luci buone, non riflettono l’immagine di me. Faccio ancora un giro, poi decido di uscire (a mani vuote).