Archivio per la categoria ‘Caro diario’

Solo la nebbia non esiste

Martedì, Novembre 17th, 2009

«Sono i lampioni che ti indicano la strada, non lo vedi? Potresti perderti se solo non ci fossero quelle linee parallele che ti insegnano la via. Tu credi di andare da qualche parte, ma sono quei pali umidi di metallo, arrugginiti, i lumi elettrici, a decidere per te.»

C’è poca atmosfera stasera di fuori. Tutto appare falso, come l’immagine di un sogno o un’allucinazione rapida nell’attimo prima di svenire che poi nulla ha più importanza. Le luci gialle fanno un grand effetto, ricordano le zone industriali quando da piccolo viaggiavo in macchina coi miei e attraversavo quegli agglomerati di fabbriche, camion, cemento e asfalto, di notte; preferisco il bianco rassicurante sempre acceso davanti casa quando comincia a far buio. Più in là, però, non è più luminoso; più in là c’è la nebbia.

Le vie di questo posto sono ordinate e brevi: in due ore, massimo, le hai viste tutte. E io le conosco. Dietro ogni angolo so quale automobile aspettarmi parcheggiata sul bordo della strada o la bicicletta appoggiata un metro distante il cancello di casa, ma non è la mia abitazione. Rimango distante dai paesaggi urbani troppo quotidiani: è come se l’intimità tra me e loro avesse maturato un sentimento d’odio; c’è la consapevolezza della non accettazione dello stato attuale delle cose che si manifesta con il rifiuto della mappa stradale del luogo che mi vive. Ciò non si traduce con il desiderio di fuga, ma evolve portando me al di là del contesto geografico, al centro del resto: è un modo per cambiare le necessità.

C’era poco da vedere alle sette di sera tranne tutto quello che era assente. L’umidità, vapore, un sipario di nebbia si alza solo quando lo spettacolo è lì: le abitudini perdono il loro significato e diventano novità, seppur previste. Quell’albero messo di traverso, la merda di cane, i pali perpendicolari dei cantieri, le foglie appena cadute, l’autostop, un camper disabitato, una bottiglia di birra gettata a terra, i vetri, la birra, i cadaveri dei topi, il parcheggio del supermercato, il crocifisso naif della moderna chiesa parrocchiale, gli altoparlanti-campane, un carrello della spesa e il cartello lavori in corso (un tombino): gli oggetti appaiono solo quando la distanza è breve abbastanza per spogliare le fotografie e vedere le immagini. Poi scompaiono… Si dissolvono dietro, quindi non esistono più.

«Tu vuoi venire a fare una passeggiata con me?»

Ricomincio a far foto

Mercoledì, Ottobre 7th, 2009

Corsa tra i campi. SecondaIl sette ottobre sembra un’appendice d’estate oggi. Il sole già alto alle undici sbiadisce i contorni delle montagne lontane e sui fili d’erba, sui campi ingialliti, nelle nuvole di foglie appese agli alberi i rumori sono quelli della stagione calda; anche la temperatura non mente, ma quando, percorrendo la stradina asfaltata, stretta, verso la salita, in curva, si raggiunge il dorso della collina ecco allora che un vento leggero soffia accarezzando prima la pelle e poi i capelli. «Si sta bene», ripeto alla mia ombra che si accorcia a poco a poco e scompare quando a sinistra incontra dei cespugli alti.

Sono uscito a far foto, io: la mia ombra tiene in braccio una Kiev 88 – prestito di un signore gentilissimo che abita poco distante da casa mia – dove ho montato il 150mm (si sente il peso); nel magazzino c’è una diapositiva Agfa scaduta da sei anni a bassissima sensibilità. Nella borsa a tracolla tengo la compatta digitale, che uso come esposimetro, e una LOMO LC-A con un Sensia 100 tirato a ISO 400 da sviluppare in C41, un rullino messo per lo scorso weekend tra Bologna e Rovereto. Ho tutto: non porto la Pentax perché – non l’ho detto sopra – la luce non è buona, ma piuttosto piatta, quindi dubito di fotografare paesaggi secondo i canoni tecnici, chiudendo il diaframma quanto mi permette la pellicola da ISO 800 che la reflex monta. È già mezz’ora che cammino quando penso a tutto questo.

Di recente mi è tornata la voglia di far foto. Cerco di chi è la colpa ma non sto troppo a sbatterci la testa: penso piuttosto che sia stata una necessità dopo aver fatto l’esame, dopo il viaggio a Rovereto e la tappa di Bologna. Tutte le macchine analogiche a casa sono state rifornite di pellicole e scattare è diventato un istinto poco volontario, più sentito. Prima al Mart e poi alla stazione di Bologna ho trovato stimoli per qualche clic! e sono stato contento: conosco la sensazione del «non vedo l’ora di sviluppare». È quel momento in cui non mi curo dei giudizi altrui sulle mie immagini (da sviluppare) e so cosa significano per me: ho ritratto emozioni ed è proprio vero che io sono difficile e incomprensibile – perché farsi problemi se le fotografie non vengono capite?, comprendete forse me? o volete una realtà semplice ? (Chiamala bugia.) C’è un vizio e io scatto fotografie sui campi di battaglia e sui sottopassi coi murales!

Stamattina sono uscito con lo stesso stimolo. Avevo intenzione di finire la pellicola nella Kiev ma ho scoperto che riesco a farci tredici scatti e per strada ho trovato solo l’undicesimo e il dodicesimo. Aprendo il pozzetto è scappato un piccione in posa in mezzo a un campo e per le farfalle non avevo un’ottica da fuoco vicino. Sono felice. Tornando a casa ho pensato di nuovo alle macchine da riparare e alla compatta da far vedere: per la Coolpix c’è la garanzia Nikon, ma per la LOMO e la Yashica dovrò trovare un fotoriparatore non troppo caro. Quando manderò in assistenza la Nikon rimarrò senza macchine digitali per un po’ di tempo: tu ci hai mai pensato?

15 minuti

Martedì, Settembre 29th, 2009

La batteria si scarica in fretta. Oppure io sono troppo lento, c’è una relazione. Tra quindici minuti il mio portatile morirà, ma è meglio di Gesù, quindi resuscita; basta trovare una presa e il sesso elettrico lo rimetterà in sesto per questa giornata vuota. L’altro giorno, passeggiando, ho pensato che il miglior regalo di dio è stato l’elettricità: lo immaginate un concerto dei DEVO altrimenti? Io no. Chiederò a E., che non mi conosce, se mi da uno spigolo di tavolo e una presa elettrica.

Il saluto meccanico non mi convince. Ho già incontrato per tre volte un compagno di corso e ciao, ciao, ciao: non è che se ci vediamo venti volte dobbiamo salutarci sempre! Stiamo diventando automatici e l’università non aiuta, ingegneria ci ostacola; finita la batteria mi sentirò morto anch’io: è una conseguenza. «Ciao.»

Scrivo di fretta e faccio errori. Le mie parole stamattina sono pigre: mi sono svegliato alle sei, alzato alle sei e venti dal letto, per andare a lezione. Se me la tiro troppo la prof viene assegnata ad un altro corso: funziona così quando mi faccio troppo desiderare. F. e G. erano a conoscenza del probabile epilogo ma hanno preferito assecondare il mio innamoramento accademico…

(Fine. Pubblico per capriccio questo post.)

Prima della sveglia. Pensamento dolce

Venerdì, Settembre 18th, 2009

Pezzi8.30. Il sole alto lampeggia alla finestra e, dopo un’abitudine di giorni nuvolosi, un mattino così fa pensare: «Non è suonata la sveglia, caz*o.» C’è ancora poco traffico nella via davanti casa: mancano le voci delle anziane affacciate ai palazzi accanto, l’urlo del clacson del fruttivendolo è muto, qualche macchina che passa fa affidamento sulle marce medie perché la strada è libera e si può andare, qualcun altro è pigro ma non è adatto per un racconto da eroe. C’è un’impressione che mente nel cinguettio degli uccelli e nelle ombre lunghe: guardo l’orologio – sono andato a dormire tardi stanotte, e tutto sbagliato, – sono le 7.39.

“Pensamento”, ho deciso ora il titolo del post: mi piacciono queste parole che suonano così male perché le si usa o perché sono le uniche adatte per il concetto che si vuole esprimere o perché non si cura la forma, cioè la musicalità del testo scritto. (Non pensare al ticchettio della tastiera che soffre le aritmie dei cuori degli amanti: a te, lettore, lascio solo il difficile compito che ti spetta e tutto il diritto di seminare giudizi.) È una pena saper scrivere – ecco come, iniziando un altro discorso, fugge dalla trama il racconto della colazione; «vado a controllare se ho chiuso il gas», è una paura – saper comporre insieme le parole produce, in generale, diffidenza. Mi spiego. Mentre si è abituati a conversazioni “normali” che lascio a voi intenderne il significato, quando i discorsi si fanno più “sofisticati” o elaborati nell’uso e nell’abbinamento delle parole, da sembrare citazioni per romanzi, si prova un senso di finzione; la falsità appare dietro la porta perché gli scrittori, nella concezione stereotipata di chi li pensa, inventano storie e non si limitano ad osservarle. Rivelato questo, il mio limite è quello legato alla soggezione delle battute dei copioni che scrivo e recito seppur sempre sono vero: è il motivo per cui appaiono tutti i difetti (nonostante gli abbellimenti stilistici, aggiungo). Potreste prendermi alle sei e mezzo di mattina, ad esempio, e svegliarmi a pugni: io parlerei nello stesso con cui mi esprimo qui sul blog o in ogni altro posto in cui parole sincere potrebbero essere confuse con altre menzognere perché sono miseramente reale.

Condivido la mia povertà con l’immaturità delle mie azioni: è tanto quanta. (Ecco il clacson del fruttivendolo! Sul suo camioncino, se ti affacci dalla finestra, vedi la frutta composta e allineata nelle cassette blu.) Molte persone credono di conoscermi, devo arrivare qui, ma in realtà si sbagliano. Sapervi tutti attenti, voi lettori, e non conoscere io il vostro viso, l’espressione degli occhi e il linguaggio delle mani è davvero una pena perché siete così liberi delle vostre interpretazioni che per chiunque potrei essere solo un’idea; è questo che fa male. «Hai un alter ego molto potente sul web.», disse una volta F. durante una pausa al piano del bar; non ricordo bene se l’aggettivo usato fosse stato quello, ma il concetto rimane: mi credono un eroe e invece cosa sono?, niente?, no, forse; sono solo un po’. (Metti tu il punto esclamativo, se ti piace.) Capovolgendo il quaderno e aprendolo dalla copertina di fondo ci sono, invece, altri commenti che mi riguardano, con diverse opinioni, e sono la maggioranza – mi fa sorridere ripensare a una lontana conversazione al telefono, quasi mi commuove; – ecco il riassunto: «Gilberto è un ragazzo evaso dalla vita sociale, disadattato, fragile: nel suo umore si riconoscono i sintomi di un malessere intimo e piuttosto radicato; ciò provoca un necessario pessimismo e sfiducia verso tutto ciò che lo circonda, ma è vano il tentativo di scaricare sugli altri i pesi dei suoi modi d’essere (e pensare). È una bella persona, cioè una di quelle da salvare anticipando la cura chiedendo “Su, che c’è?”. Sa scrivere e sa fare fotografie e non gli manca niente, ma è così e nessuno ha ancora scoperto il perché.»

Chiudo il quaderno aperto nel paragrafo precedente: è a quadretti; lo sapete voi che mi piacciono i fogli a quadretti larghi quattro millimetri? Ancora vi chiedete chi sono, ma non vi farò cambiare idea: quella è la vostra! (Qui metto il punto esclamativo io come una beffa, l’unica che voglio concedermi.) Gilberto è… Condivido in parte la seconda corrente di pensiero: la prima è così folle che non si regge in piedi, sta come sulle stampelle – l’immagine del castello di sabba è troppo romantica per queste sciocchezze, – basta una spinta. Devo correggere la loro mira, però, di coloro che mi giudicano così. Ho paura: non sono pessimista, piuttosto sono insicuro per certi versi e spesso lo sono di me, tradendomi; non sono l’aspirante suicida, ma se volete potrei scriverci benissimo un romanzo; poi ora ho così tante cose da fare che non troverei neanche il tempo per ammazzarmi, che credete? Sono poco, ecco, e vorrei convincermi d’essere di più come molti credono e non gli do torto. Il timore è tutto qui: io mi apprezzo, io mi amo – penso che me stesso è stata la prima persona che ho amato e continuo a farlo, – ma ho un desiderio viscerale – l’uso di certi aggettivi rafforza l’efficacia della frase – di esser qualcuno per le persone che mi vivono intorno: fu l’ultimo discorso che feci con S., lei disapprovava, poi scomparse (ma è ancora viva). Il mio non è bisogno di arrivare, imprecisione emersa nella conversazione con S., ma una necessità di essere per tutte quelle persone che per me significano qualcosa: al di là dell’importanza dei rapporti ognuna di loro mi ha fatto dono di sé, mi ha arricchito, perché siamo animali animali sociali e con un poco d’impegno anche intelligenti; quindi sono cresciuto per (a causa) loro e con loro e ho come il bisogno di lasciare un’eredità per riconoscergli il valore che per me hanno avuto e hanno – il tempo passato poco si sposa con alcuni concetti – quando poi “morirò” che non vuol dire un epilogo fisico.

Io non sono un eroe. Mi piace l’idea di un album di figurine e con il numero 123 la mia silhouette contro il tramonto e una lama affilata sul punto di decapitare la testa di un nemico, ma è una storia da cartone animato. Sono poco o tanto, cioè sono me e figuriamoci se io so giudicare me: riconosco i difetti, soprattutto quando sono la causa di dolori altrui che poi non so mai perdonarmi. Sono le mie parole e le fotografie – questo è quello che voi vedete – e ne vado così poco orgoglioso che mi critico ogni volta. (Stamattina ho cancellato una foto, ma fa parte di un progetto che… continuerà: da sola non avreste capito niente.) Sono il mio titolo di studio e gli esami che sto dando per laurearmi perché ne sono capace anche se la si pensa una strada sbagliata: ingegneria mi darà un lavoro e un ruolo, m’insegnerà il buon senso e la stabilità. Lascio che le “arti”, vili virgolette, rimangano passioni collaterali da cullare e proteggere. Digressione: a casa neanche sanno che scrivo e, onore al digitale, di mie foto ne avranno viste quattro o cinque; figuriamo il sentirmi dire «Ma hai fatto una foto ad una tazza?! E i puzzle dove li hai presi?» Sì, è solo una tazza, però è mia, mh! È l’anima del bambino capriccioso. (Prosegue qui un discorso non pubblicato che vorrò fare un giorno con una persona a me cara.) Parto dalla mia famiglia, ho poca vita sociale: è lì che è iniziato tutto nel bene e nel male; più bene, però, ho l’impressione; non mi dilungo ora.

Concludo per limitare i danni. Sto bene – c’è qualcuno da rassicurare?, – ho solo a cuore persone che quando non ci sono mi mancano e non so se è vero affetto o pura abitudine: so che ci tengo nella stessa misura con cui loro hanno dato l’impressione di tenere a me e, rischiando di scrivere un romanzo sulla mia pelle, mi hanno fatto doni che da solo non sarei mai riuscito a costruire – gli ingegneri stanno sempre a far progetti. Per tutto quello che c’è stato, per tutto quello che c’è che io non estinguo, coraggiosa determinazione, il mio comportamento si modifica fino a ridursi all’esigenza non violenta di essere, per voi. Non voglio perdervi per due parole scritte male o una fotografia sbagliata.

p.s Cambio il titolo in “Pensamento dolce”: gli aggettivi sono importanti.

Quinta elementare. Non leggo più

Giovedì, Settembre 3rd, 2009

I banchi a ferro di cavallo, in quinta elementare, erano forse un modo per avere tutti un posto in prima fila: non lo so. La mia sedia era la seconda o la terza a partire dall’estremità destra – guardando in direzione della cattedra, – accanto a me sedeva M. o F., nomi (o personaggi) poco significativi per il seguito della trama. Si era nel lato della parete perpendicolare a quella con le finestre e una mattina di maggio che promette il sole raramente dice bugie: forse era aprile, magari marzo, ma quella luce dai vetri imitava bene la primavera inoltrata.

Erano tempi in cui si leggeva per forza. La maestra M. ci faceva scegliere i libri dalla biblioteca scolastica e ci dava un mese di tempo esatto per leggerli e riconsegnarli con la relazione scritta su fogli a righe. (Regola numero 1: gli errori non si possono correggere con il bianchetto.) Nella scelta del testo influivano, in ordine, questi fattori: lo spessore del volume; l’illustrazione in copertina; il titolo; la completezza del commento di quarta copertina. Solo alla fine ci si chiedeva dell’argomento. Il numero di pagine? Si era diventati così esperti, in quinta elementare, che lo stimavamo dalla larghezza del libro messo lì, verticale-obliquo, sulla mensola: l’errore non era superiore del dieci percento del valore esatto.

Era una gran pena la scadenza di quei compiti. All’inizio ero tutto eccitato per il libro preso in prestito, ma ben presto mi accorgevo la noia di certi testi per bambini: non mi sentivo grande, per carità, però essere presi in giro da romanzieri per l’infanzia era davvero troppo; i cartoni animati, ad esempio, sapevano rapportarsi meglio all’età che avevo. La maestra, però, non accettava obiezioni: «Dovete leggere.», diceva con autorità filonazista. Perdio, quanto s’incaz*ava se il giorno della consegna si inventava la scusa di aver dimenticato a casa la relazione! Così bisognava farlo e io non ero esente dal vile castigo però avevo imparato a saltare le pagine, leggendo solo a tratti e inventando il resto: le trame di quei romanzi non sono mai così complesse da non essere intuite e spesso giungevo a storie verosimili, soprattutto quando l’insegnante non conosceva il libro.

Per tutta la quinta elementare andai avanti inventando libri: non ero un gran lettore, ma sapevo di grammatica e la signorina M., altresì chiamata zitella considerata l’età, era più attenta alle ha senz’acca piuttosto che alle mie trame sintetiche e false. Andò sempre bene fin quando arrivò il momento di Quo vadis?. Lungi da me giudicare quel libro – io non l’ho letto – però ho il sospetto di aver sbagliato qualcosa nella valutazione preliminare descritta sopra; anche l’argomento non era dei miei preferiti e la quarta copertina stavolta non aiutava. Forse era un giorno di rientro: mi sembra che la mattina usai la scusa «maestra, ho dimenticato il quaderno a casa», ma nell’intervallo del pranzo non feci in tempo a trovare una trama per quel libro.

Le 15, poco più. MM. – la prima M è l’abbreviazione di maestra – mi chiese il quaderno per correggere la relazione. Glielo diedi. Non mi curai molto del suo lavoro, non lo facevo mai: mi girai a chiacchierare con il compagno accanto nel ferro di cavallo voltando le spalle alla cattedra, ma non durò molto perché la zitella alzo la voce, «Gilberto!», forse reclamando la mia attenzione. Dovevo essere rapido per gestire la situazione: all’epoca ero goffo, obeso e timido; per di più M. aveva il ciclo, elemento narrativo che scoprii solo più tardi. Non feci in tempo. «Cosa ha scritto? Come ha scritto? Questa relazione fa schifo. Tu non sai scrivere.», ricordo quella sua bocca grande e la dentatura maestosa, poi a seguire voce alta. Fu un tuono.

Me la cavai con l’obbligo di rifare la relazione e una settimana in più per finire il libro, ma non lo lessi affatto: semplicemente riconsegnai il compito in un giorno migliore. Terminarono i tempi delle elementari e non mi pesò affatto d’essere quello che non sapeva fare i bei temi, quello senza idee: io ero la matematica e poco m’interessavano le questioni letterarie. Una sorte simile, poi, mi accompagnò alle scuole medie: i voti bene, discreto degli anni precedenti si trasformarono anche in 5, 5 meno, 5 e mezzo, cioè numeri. Ero un incapace, un errore, come una virgola nel posto sbagliato, ma anche piuttosto sereno: tanto c’era la matematica!

Imparai precocemente a leccare i francobolli

Mercoledì, Settembre 2nd, 2009

ParoleMantengo ricordi piuttosto nitidi delle mattine passate nell’ufficio postale poco distante da casa. Ci andavo sempre con mia madre, ero piccolo, per pagare la bolletta della luce, del gas o del telefono: queste cose qua. In realtà la coda, quando c’era, durava più o meno due o tre persone a quei tempi – era prima del ‘90, – e non penso di aver aspettato in fila mai più di dieci minuti, ma per un bambino anche un breve intervallo può apparire un’eternità: la noia dilata il tempo come un elastico.

Le sensazioni dell’ufficio postale erano tante: quando sei piccolo anche lo spazio è espanso e tutto ciò che contiene trasmette emozioni e pronuncia domande come quei perché? ricorsivi che fanno la rabbia dei genitori. Avete mai avuto un padre ingegnere che a due anni vi spiegava l’alba descrivendo il moto della Terra intorno al proprio asse? Io no, ma so di avere le carte in regola per essere un “cattivo” genitore. «Perché non lasci mai un commento?»

Della fila un po’ confusa ricordo le persone. Qua si conoscono tutti, si salutano, fanno grandi sorrisi; solo nei gusci domestici, al riparo da orecchie profane, poi, parlano male l’uno dell’altro ma non verranno a saperlo subito: sarà la voce del paese (è piccolo) a soffiarlo nell’aria attraverso quella misera ragnatela di vie che non conta cinquemila anime. In coda, riprendo, non c’era un ordine preciso: c’era un’apparenza di ordinamento; i più procedevano paralleli perché, in piccoli gruppi – fino a tre persone, coinvolgendo la coda accanto ,– si mettevano a discutere degli argomenti più vari. Lì si scriveva la cronaca locale, ma il giornalista in un posto come questo è un mestiere che non rende!

Quando arriva il nostro turno? Non arrivavo al banco e vedevo le fessure nel vetro dalla mia bassa statura. Smettevo di lamentarmi e mi accorgevo del ruolo a noi concesso (accanto c’era mia madre): dietro due individui di mezza età stavano chiacchierando, a volte rivolgendo lo sguardo in avanti, qualcuno spiando anche me; aspettavano; io ero il primo della fila. Il tintinnio delle monete da cento lire di resto era inconfondibile; peggio del finale di un film western sapevo che dovevo andare e uscivo preso per mano solo per il primo tratto di strada perché poi la disciplina la imparavo da me.

Riconosco poco l’ufficio postale oggi e solo per un breve periodo della mia vita ho collezionato francobolli, però so per certo d’aver imparato presto a leccare quelle piccole immagini da retro di una busta: a casa ero io che lo facevo quando si doveva inviare qualcosa e stasera che avrei pronta anche una lettera come faccio a spedirla senza conoscerne il destinatario?

Cieca devozione alle pesche senza pelo

Venerdì, Agosto 28th, 2009

Scrivo poco e quando lo faccio preferisco il tono basso, la sottovoce. Aggiornare il diario, ilClaustrofobo, in questo stato diventa quasi una pena: non sono mai soddisfatto delle parole, dei periodi; i punti a capo diventano quesiti sui paragrafi precedenti che spesso si leggono a singhiozzo. Serve a poco dare la colpa al caldo – è agosto, cosa pretendi? – e la verità è che le idee vengono, mutano in appunti e attendono: la fase affascinante della loro maturazione rimane un traguardo distante. È l’umidità!

La notte tiro fino a tardi dicendo (anche a me stesso) che “sono stanco, vado a dormire”. Rimango invece a fissare il monitor, guardare foto, leggere articoli, dare colpetti alla tastiera. Quando va bene esco e gli orari non cambiano: la differenza sta nell’abbigliamento e nella maggior cura di me, ma non è sufficiente; si torna a casa quando il primo ha sonno e il primo è un ruolo da staffetta dove il tempo va lento. L’intento è insomma quello di bruciare le ore, ardere quanto più possibile per non sprecarle: è come se di notte tentassi tutto per recuperare una giornata andata male senza neanche chiedersi come veramente l’ho trascorsa, magari bene.

Prima di addormentarmi passo in cucina. Faccio grandi mangiate di gelato in vaschetta e mezzo chilo dura tre giorni, poi mi sento in colpa. I gusti preferiti sono quelli che la gente non prende mai abbastanza in considerazione, ma io – avete capito – sono strano. Qualche volta preferisco la frutta perché la trovo sotto gli occhi in tutte le forme, i suoi colori… Quindi non resisto. Stasera sul tavolo, illuminate dal neon, c’erano delle pesche: mi basta un colpo d’occhio per riconoscerle e desiderarle; così ho fatto! Tre pesche senza pelo, altrimenti non le assaggio: buonanotte, buonanotte.

Agosto. I motivi per le foto di profilo

Sabato, Agosto 1st, 2009

Agosto.
La sveglia che rompe il silenzio.
Qualcuno è in vacanza
e lei suona per ore,
che freddo che fa.

Da Agosto, Perturbazione.

VerdeAgosto: finalmente avrò qualcosa da scrivere al mio diario e quel caz*o di biografo, autore inesperto un po’ eroinomane, potrà iniziare il capitolo Agosto duemilanove del suo libretto tiratura limitata e poco successo: finora ho fatto di tutto per posticipare l’intervallo di tempo che penso trovi fine solo nel giorno del mio compleanno o in qualche data vicina (forse il suo compleanno), ma ora sono impotente, ora il caldo prepotente decide le sorti del mio quieto vivere perché non sono mai andato troppo oltre le regole: il conformismo cura.

I doveri universitari li ho messi nel cassetto il 30 di luglio. Insieme ci sono appunti, fogli scritti a metà, evidenziatori esauriti, graffette perse. Non ricordo di aver mai avuto tanta “fortuna” così in ritardo, a fine mese: sono sereno, sia per il voto ottenuto all’esame recente, sia per l’ottimismo, seppur composto, che spero mi accompagni fino agli appelli di settembre. Anche se A. sostiene che il mio futuro non appartiene all’ingegneria – sbagliando mira perché qualcun altro crede che io sappia meglio scrivere che far foto – penso di essere capace in questo percorso di studi: mi sto impegnando… Finite le vacanze dovrò dare due o tre esami, poi cercherò lavoro e piano piano concluderò un altro capitolo della vita: sembra che ci si possa leggere una trama e mi spavento; non so spiegarlo, ma non sono un libro da scrivere – biografo, prendi appunti.

È caldo. Ho scoperto, amarezza, che certi gruppi musicali locali, pluripremiati a livello regionale o provinciale, comunque poco più della sagra del porco con la mela in bocca o la festa del vino allungato con acqua, scrivono canzoni da far schifo: l’ultimo, sabato, ripeteva un verso per ritornello e strofa tanto che tutto il loro testo era ridotto a quell’insieme di cinque parole. «È caldo» ripeto allora perdio: chissà che non ne venga fuori un successo da urlare sul palco e dedicare alla tipa giù che mi guarda, occhi-bocca-bella in su, e finge di essere la mia ragazza? «Queste sono cose da adolescenti scoppiati,» dici tu, ma loro erano più grandi e magari si vantano pure di essere artisti: oggi lo sono tutti; oggi per essere alternativo non devi esserlo; la popolarità da alla testa, ma è agosto quindi addossiamo la colpa al caldo.

Devo riorganizzarmi: dare un senso ad agosto. Non amo questo mese perché: primo, io odio il caldo (semplice), m’infastidisce; secondo, i rapporti sociali si assottigliano rimango solo fino al 31!

Ieri ho iniziato a scrivere: spero di fare meglio di te, biografo. Fino al quindici non voglio dedicarmi ad altro: devo allenarmi e applicarmi anche poco tempo al giorno; ieri ho scoperto che non è una cosa semplice – lo sapevo già? – e nonostante le buone idee gli ingranaggi compositivi fanno ancora fatica a produrre parole ben legate insieme. Nel moleskine ho collezionato idee e ora devo tradurle dando loro un’apparenza estetica piacevole, che sia in sintonia con le tematiche stesse. Il progetto è quello raccogliere i pensieri in un libro e chissà se sarò mai capace di realizzare questo che, per sbaglio, chiamo sogno. Qualcuno che mi conosce solo a metà, forse di meno, ha detto che si scrive solo per se stessi: ecco, io non voglio; sennò che senso avrebbe? Si è animali sociali nonostante le apparenze e per me ho già fatto molto…

Finisco. Non mi faccio fotografare. Dal giorno della mia laurea mi tormenta un disturbo agli occhi: ogni tanto si gonfiano le palpebre, basta poco; per guarire ci impiegano mesi, come un’eternità. Dopo essere diventato miglior amico dell’oculista ho capito che la mia salute è buona, ma «sono sensibile», dice lui, e basta poco per ritrovarmi con gli occhi così. Insieme ci si mette lo stress ed è vero che queste cose accadono solo nei momenti “difficili”. Ora devo riposarmi, come suggerì P. un’estate fa, e non pensare troppo alle foto che eviterò o, al massimo, mi lascerò scattare di profilo, dall’altro lato rispetto a un anno fa perché stavolta l’occhio difettoso è quello sinistro. Ecco, non sono mai stato perfetto, ma ad agosto posso permettermelo.

I resoconti della camera oscura

Domenica, Luglio 19th, 2009

Camera oscuraL’odore di acido non è così forte come un poeta romantico potrebbe scrivere prendendo appunti sul suo moleskine. Rilevatore e fissaggio, quelli venduti fotografo, sono trasparenti e li distinguo dalle etichette bene incollate alle bottiglie: per l’Ornano Bromor ST 50 c’è anche una colonna, a destra che riassume i possibili danni alla salute e suggerisce come meglio la sostanza. Non sento nessun sapore…

Era almeno da gennaio, febbraio, al massimo dal 14 di quel mese – per non pensare San Valentino – che avevo in testa un capriccio. Sono apatico, ne son certo, ma accade spesso che matura un’idea e ne accetto la presenza solo avverando il “sogno” che essa contiene: volevo sentire l’emozione di sviluppare da me le foto, di vederle nascere pur ignorando il metodo e le reazioni chimiche. Basta poco per smuovermi e dal niente sono riuscito a documentarmi perché internet è un gran dono; ho trovato in prestito il necessario e ho capito cosa bisogna fare prima, cosa poi, i loro tempi; insomma ho insegnato a me stesso la teoria della fotografia analogica (in bianco e nero).

Il bagno di casa non è grande. È una stanza tipo da appartamento: ci entra il necessario e non è uno di quei luoghi ricchi dove guardandosi allo specchio si finisce con gli occhi all’arredamento circostante, più prezioso, forse, pure della propria immagine. Serve acqua corrente per le operazioni di sviluppo e stampa: non c’è un luogo più adatto del bagno a casa per allestire una camera oscura e, in fase di stampa, illuminarlo solo con la lampada rossa che se l’occhio non si abitua non vedi un caz*o. Prima occorre tappare tutte le fessure dalle quali potrebbe entrare della luce e rovinare le stampe: è così che si giunge ad una stanza che, oltre ad allontanare contaminazioni luminose, “protegge” dall’aria buona; dentro, accogliente, si soffoca.

L’operazione di sviluppo presenta solo una difficoltà: l’inserimento della pellicola nella tank. Sebbene una spirale di plastica con meccanismo fatto apposta per tirarsi dentro la pellicola agevoli tale compito, la mancanza della luce – è l’unica operazione da fare al buio completo – ed eventuali blocchi della pellicola rendono poco immediato il procedimento. Dopo aver protetto dalla luce la pellicola si inizia con il procedimento chimico: è semplice rispettare i tempi, i risciacqui e tutto il resto. Poi si asciuga.

Sta nella stampa la poesia della fotografia. È la luce rossa a colorare l’ambiente caldo e un poco umido che sembra sudare. Dopo aver colpito la carta fotografica, proiettando l’immagine del negativo, si ha in mano un foglio ancora bianco; solo quando, dopo circa un minuto nell’acido rivelatore, si vedono comparire i contorni più scuri, poi, piano piano, i grigi, si sente l’emozione forte di questo potente strumento espressivo (la fotografia). L’arte – non voglio abusare della parola – prende vita in questa fase: è questo il momento in cui si può toccare quello che l’occhio prima ha visto.

È caldo nella camera oscura. Si potrebbe parlare di come è comparsa ogni fotografia sulla carta, ma è un discorso noioso. Ho sentito ieri potente la carezza di una piccola passione che ho visto come dal nulla possa comparire un ricordo, un momento impresso sulla pellicola. Non ho più parole, né immagini: ci sono emozioni che si possono solo provare e non si sanno raccontare.

Su Facebook: Appunti della camera oscura.

Corridoi

Giovedì, Luglio 9th, 2009

[Tu, lettore, immagina quello che io non scriverò.]

Quindi fuggo. Di starmene qui, tra quattro pareti spoglie, l’armadio vuoto e la scrivania solo un poco coperta di appunti, non ne ho più voglia. Fisso per l’ultima volta ogni dettaglio della stanza per imitare distrattamente Cincinnatus C., personaggio del romanzo Invito a una decapitazione di Vladimir Nabokov: non trovo il ragno così familiare e manca pure una fessura piccola da cui scorgere l’alba e il tramonto; tengo la serranda abbassata perché il sole alto batte forte da quel lato. È caldo.

È luglio e non mi posso lamentare. L’estate violenta il giorno e la notte non mi risparmia dopo che per tutto il pomeriggio la luce solare ha versato da questo lato il suo calore. La mia stanza diventa un forno e non si riesce mai a prender sonno quando la sera si è stanchi. Spesso penso e nessuno immagina tutte le parole che potrei scrivere facendole sbocciare come fiori inaspettati in primavera e sogno meglio di quando dormo…

Torno indietro nel tempo. Ho deciso di fuggire: ovvio che qualcuno mi ritroverà qui o altrove; è chiaro anche che c’è qualcuno che io voglio incontrare, ma ora scappo. Evado dal calore umido della mia stanza: fino alle 19 è aperta la biblioteca e penso che mi rifugerò là. Ho scoperto solo di recente il clima che si prova studiando in quel luogo: forse non ho mai conosciuto il silenzio seppur spesso so stare solo; continuo con altre domande, ma non ve le racconto. Porto con me i fogli da leggere, così maltrattati da far compassione, un quaderno e l’astuccio. Il quaderno mi serve per scrivere: poesie?, racconti?, cosa? In parallelo vedrò allineati gli scaffali coi libri e corridoi tra di loro; in fondo c’è la lunga vetrata dove entra tanta luce; in silhouette si vede me e io prendo nota, io scrivo.