Imparai precocemente a leccare i francobolli

ParoleMantengo ricordi piuttosto nitidi delle mattine passate nell’ufficio postale poco distante da casa. Ci andavo sempre con mia madre, ero piccolo, per pagare la bolletta della luce, del gas o del telefono: queste cose qua. In realtà la coda, quando c’era, durava più o meno due o tre persone a quei tempi – era prima del ‘90, – e non penso di aver aspettato in fila mai più di dieci minuti, ma per un bambino anche un breve intervallo può apparire un’eternità: la noia dilata il tempo come un elastico.

Le sensazioni dell’ufficio postale erano tante: quando sei piccolo anche lo spazio è espanso e tutto ciò che contiene trasmette emozioni e pronuncia domande come quei perché? ricorsivi che fanno la rabbia dei genitori. Avete mai avuto un padre ingegnere che a due anni vi spiegava l’alba descrivendo il moto della Terra intorno al proprio asse? Io no, ma so di avere le carte in regola per essere un “cattivo” genitore. «Perché non lasci mai un commento?»

Della fila un po’ confusa ricordo le persone. Qua si conoscono tutti, si salutano, fanno grandi sorrisi; solo nei gusci domestici, al riparo da orecchie profane, poi, parlano male l’uno dell’altro ma non verranno a saperlo subito: sarà la voce del paese (è piccolo) a soffiarlo nell’aria attraverso quella misera ragnatela di vie che non conta cinquemila anime. In coda, riprendo, non c’era un ordine preciso: c’era un’apparenza di ordinamento; i più procedevano paralleli perché, in piccoli gruppi – fino a tre persone, coinvolgendo la coda accanto ,– si mettevano a discutere degli argomenti più vari. Lì si scriveva la cronaca locale, ma il giornalista in un posto come questo è un mestiere che non rende!

Quando arriva il nostro turno? Non arrivavo al banco e vedevo le fessure nel vetro dalla mia bassa statura. Smettevo di lamentarmi e mi accorgevo del ruolo a noi concesso (accanto c’era mia madre): dietro due individui di mezza età stavano chiacchierando, a volte rivolgendo lo sguardo in avanti, qualcuno spiando anche me; aspettavano; io ero il primo della fila. Il tintinnio delle monete da cento lire di resto era inconfondibile; peggio del finale di un film western sapevo che dovevo andare e uscivo preso per mano solo per il primo tratto di strada perché poi la disciplina la imparavo da me.

Riconosco poco l’ufficio postale oggi e solo per un breve periodo della mia vita ho collezionato francobolli, però so per certo d’aver imparato presto a leccare quelle piccole immagini da retro di una busta: a casa ero io che lo facevo quando si doveva inviare qualcosa e stasera che avrei pronta anche una lettera come faccio a spedirla senza conoscerne il destinatario?

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5 Responses to “Imparai precocemente a leccare i francobolli”

  1. m a d d a l e n a Says:

    mi è tornato in mente quando da bambina mio padre mi portava con sè in banca. era un edificio enorme e luminoso, di mussoliniana memoria, in centro a mantova. entravamo attraverso quelle porte con i sistemi di sicurezza, e mi sentivo importante. in realtà mi portava con lui perchè molto probabilmente non sapeva dove parcheggiarmi. ero affascinata dall’accendersi delle luci verdi dopo quelle rosse, che ci davano il via libera per entrare. le porte delle banche mi hanno sempre affascinata. e spesso mi hanno anche fatta incazzare. mio padre aspettava in fila. e io mi sedevo su una delle tante poltrone in pelle marrone che servivano a quegli uomini in giacca e cravatta quando dovevano compilare chissaccosa o attendere chissacchì. c’era una piccola scrivania, con una di quelle penne attaccate alle molle a spirale, per non farsi rubare. e c’erano anche dei fogli su cui vi era stampato sopra il marchio della banca. mio padre mi diceva che se arrivava qualcuno io dovevo alzarmi e lasciargli velocemente il posto. ma in realtà nessuno osava mai disturbarmi. io mi osservavo intorno con aria circospetta, e quando constatavo che nessuno mi puntava gli occhi addosso, cominciavo a scrivere o disegnare su quei fogli. poi finiva che ero anche triste quando mio padre terminava le sue faccende e dovevamo andarcene.

    mi è anche tornato in mente il maestro Luigi, che mi insegnò a staccare con tanta abilità i francobolli dalle buste, senza rovinarli, per poterli poi collezionare. penso di averci dedicato del tempo solo un paio di volte in tutta la mia vita. poi ho smesso con questo hobby.

    amo il tuo modo di raccontare le storie. amo leggerle. e amo immaginarle. immaginare Gilberto, che a quattro anni chiede ai suoi genitori di poter leccare un francobollo e incollarlo sulla busta. poi non ha più avuto bisogno di chiederlo.

    tu racconti di te. ma evochi ricordi a me. e probabilmente a un sacco di altre persone.
    :)

    saluti.

    [chiedo venia per il tedio].

  2. Gilberto Says:

    @m a d d a l e n a Le banche! Forse una volta parlerò anche delle banche e delle loro porte per gli ingressi lenti: i ricordi… Sì, prendo appunti per la prossima volta che scriverò (oppure quella successiva). Grazie per il commento.

  3. Emanuela Says:

    Oggi ho capito quanto amo mio padre, anche se non commenta, anche se spesso non si spiega, o lo fa “male”, anche se parliamo poco e solo quando non si può più farne a meno, in certi casi.
    Sto andando fuori tema, lo so che ha poco a che fare col tuo post, con i tuoi ricordi.
    Ma voglio lasciare il mio pensiero: credo non siano le parole che vogliamo a tutti i costi a darci sempre le spiegazioni di cui abbiamo bisogno.
    Credo che ci siano parole inaspettate, magari più attese perchè più pensate, che possano far capire quanto i legami restano forti.

    Non hai indirizzi per la tua lettera? Beh, intanto scrivi. Fai come il sig. Bartleboom.

  4. Gilberto Says:

    @Emanuela Chi è il sig. Bartleboom?

  5. Emanuela Says:

    E’ un personaggio di Oceano mare, di Baricco.

    “Lui pensa che da qualche parte, nel mondo, incontrerà un giorno una donna che, da sempre, è la sua donna. [...] Quasi ogni giorno, ormai da anni, prende la penna in mano e le scrive. Non ha nomi e non ha indirizzi da mettere sulle buste: ma ha una vita da raccontare. E a chi, se non a lei?”

    A me piace Baricco.

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