Cieca devozione alle pesche senza pelo
Scrivo poco e quando lo faccio preferisco il tono basso, la sottovoce. Aggiornare il diario, ilClaustrofobo, in questo stato diventa quasi una pena: non sono mai soddisfatto delle parole, dei periodi; i punti a capo diventano quesiti sui paragrafi precedenti che spesso si leggono a singhiozzo. Serve a poco dare la colpa al caldo – è agosto, cosa pretendi? – e la verità è che le idee vengono, mutano in appunti e attendono: la fase affascinante della loro maturazione rimane un traguardo distante. È l’umidità!
La notte tiro fino a tardi dicendo (anche a me stesso) che “sono stanco, vado a dormire”. Rimango invece a fissare il monitor, guardare foto, leggere articoli, dare colpetti alla tastiera. Quando va bene esco e gli orari non cambiano: la differenza sta nell’abbigliamento e nella maggior cura di me, ma non è sufficiente; si torna a casa quando il primo ha sonno e il primo è un ruolo da staffetta dove il tempo va lento. L’intento è insomma quello di bruciare le ore, ardere quanto più possibile per non sprecarle: è come se di notte tentassi tutto per recuperare una giornata andata male senza neanche chiedersi come veramente l’ho trascorsa, magari bene.
Prima di addormentarmi passo in cucina. Faccio grandi mangiate di gelato in vaschetta e mezzo chilo dura tre giorni, poi mi sento in colpa. I gusti preferiti sono quelli che la gente non prende mai abbastanza in considerazione, ma io – avete capito – sono strano. Qualche volta preferisco la frutta perché la trovo sotto gli occhi in tutte le forme, i suoi colori… Quindi non resisto. Stasera sul tavolo, illuminate dal neon, c’erano delle pesche: mi basta un colpo d’occhio per riconoscerle e desiderarle; così ho fatto! Tre pesche senza pelo, altrimenti non le assaggio: buonanotte, buonanotte.