Ricomincio a far foto

Mercoledì, Ottobre 7th, 2009

Corsa tra i campi. SecondaIl sette ottobre sembra un’appendice d’estate oggi. Il sole già alto alle undici sbiadisce i contorni delle montagne lontane e sui fili d’erba, sui campi ingialliti, nelle nuvole di foglie appese agli alberi i rumori sono quelli della stagione calda; anche la temperatura non mente, ma quando, percorrendo la stradina asfaltata, stretta, verso la salita, in curva, si raggiunge il dorso della collina ecco allora che un vento leggero soffia accarezzando prima la pelle e poi i capelli. «Si sta bene», ripeto alla mia ombra che si accorcia a poco a poco e scompare quando a sinistra incontra dei cespugli alti.

Sono uscito a far foto, io: la mia ombra tiene in braccio una Kiev 88 – prestito di un signore gentilissimo che abita poco distante da casa mia – dove ho montato il 150mm (si sente il peso); nel magazzino c’è una diapositiva Agfa scaduta da sei anni a bassissima sensibilità. Nella borsa a tracolla tengo la compatta digitale, che uso come esposimetro, e una LOMO LC-A con un Sensia 100 tirato a ISO 400 da sviluppare in C41, un rullino messo per lo scorso weekend tra Bologna e Rovereto. Ho tutto: non porto la Pentax perché – non l’ho detto sopra – la luce non è buona, ma piuttosto piatta, quindi dubito di fotografare paesaggi secondo i canoni tecnici, chiudendo il diaframma quanto mi permette la pellicola da ISO 800 che la reflex monta. È già mezz’ora che cammino quando penso a tutto questo.

Di recente mi è tornata la voglia di far foto. Cerco di chi è la colpa ma non sto troppo a sbatterci la testa: penso piuttosto che sia stata una necessità dopo aver fatto l’esame, dopo il viaggio a Rovereto e la tappa di Bologna. Tutte le macchine analogiche a casa sono state rifornite di pellicole e scattare è diventato un istinto poco volontario, più sentito. Prima al Mart e poi alla stazione di Bologna ho trovato stimoli per qualche clic! e sono stato contento: conosco la sensazione del «non vedo l’ora di sviluppare». È quel momento in cui non mi curo dei giudizi altrui sulle mie immagini (da sviluppare) e so cosa significano per me: ho ritratto emozioni ed è proprio vero che io sono difficile e incomprensibile – perché farsi problemi se le fotografie non vengono capite?, comprendete forse me? o volete una realtà semplice ? (Chiamala bugia.) C’è un vizio e io scatto fotografie sui campi di battaglia e sui sottopassi coi murales!

Stamattina sono uscito con lo stesso stimolo. Avevo intenzione di finire la pellicola nella Kiev ma ho scoperto che riesco a farci tredici scatti e per strada ho trovato solo l’undicesimo e il dodicesimo. Aprendo il pozzetto è scappato un piccione in posa in mezzo a un campo e per le farfalle non avevo un’ottica da fuoco vicino. Sono felice. Tornando a casa ho pensato di nuovo alle macchine da riparare e alla compatta da far vedere: per la Coolpix c’è la garanzia Nikon, ma per la LOMO e la Yashica dovrò trovare un fotoriparatore non troppo caro. Quando manderò in assistenza la Nikon rimarrò senza macchine digitali per un po’ di tempo: tu ci hai mai pensato?

15 minuti

Martedì, Settembre 29th, 2009

La batteria si scarica in fretta. Oppure io sono troppo lento, c’è una relazione. Tra quindici minuti il mio portatile morirà, ma è meglio di Gesù, quindi resuscita; basta trovare una presa e il sesso elettrico lo rimetterà in sesto per questa giornata vuota. L’altro giorno, passeggiando, ho pensato che il miglior regalo di dio è stato l’elettricità: lo immaginate un concerto dei DEVO altrimenti? Io no. Chiederò a E., che non mi conosce, se mi da uno spigolo di tavolo e una presa elettrica.

Il saluto meccanico non mi convince. Ho già incontrato per tre volte un compagno di corso e ciao, ciao, ciao: non è che se ci vediamo venti volte dobbiamo salutarci sempre! Stiamo diventando automatici e l’università non aiuta, ingegneria ci ostacola; finita la batteria mi sentirò morto anch’io: è una conseguenza. «Ciao.»

Scrivo di fretta e faccio errori. Le mie parole stamattina sono pigre: mi sono svegliato alle sei, alzato alle sei e venti dal letto, per andare a lezione. Se me la tiro troppo la prof viene assegnata ad un altro corso: funziona così quando mi faccio troppo desiderare. F. e G. erano a conoscenza del probabile epilogo ma hanno preferito assecondare il mio innamoramento accademico…

(Fine. Pubblico per capriccio questo post.)

Nessun circo giovedì sera

Giovedì, Settembre 24th, 2009

I mangiatori di spade sono tristi. Se ne stanno seduti su una panchina larga meno di cinque sederi e guardano fissi la terra battuta dagli elefanti negli allenamenti del pomeriggio: ognuno di loro ha davanti a sé la propria arma; la terza lama, a partire dal mozzicone di sigaretta appena gettato, è sporca di sangue; Y. sta imparando il mestiere e ha un esofago ancora da abituare. S., al centro, sognava una lunga storia d’amore, prima che L. lo lasciò, ma non fece in tempo ad impugnare il coltello: il circo se lo portò via prima.

Accanto all’ingresso ci sono le due contorsioniste. Durante gli spettacoli metà dei presenti si innamorano di loro e urlano i maschi come animali eccitati: le scimmie ammaestrate spesso dubitano, ma non è ancora il loro momento e fanno esercizi alle sbarre. N. e G. sono due ragazze giovani: nessuno conosce la loro età; leggenda vuole che siano state adottate dall’allevatore dei dromedari perché, separandosi da sua moglie, scegliendo il tendone piuttosto che una vita familiare standard, aveva maturato un forte desiderio di paternità. N. ha un neo alla base del collo che G. ogni tanto bacia sfiorando con le labbra la pelle come la più delicata carezza…

Fuori i leoni stanno dormendo. Nelle gabbie si distingue il cilindro del domatore e brandelli d’abito: le bestie hanno mangiato e riparate da una pelliccia folta attendono l’alba che verrà. Una leonessa saggia mostra il suo fascino con l’avanzare elegante che tutti i suoi amanti notano (e perdono la testa). Il cielo nuvoloso copre ogni indizio di oroscopo; ogni tanto abbaia qualche cane, poi torna di nuovo il silenzio.

Il pagliaccio è andato a fare una passeggiata. Ogni sera esce e si guarda intorno: cerca la collina più vicina e cammina in quella direzione fino a raggiungerla; arrivato si toglie il naso rosso dal suo naso vero e prende un fazzoletto. Rimane lì tra sé e sé a raccontarsi di quanto era bravo, di come sapeva far sorridere la gente e di come questa lo prendeva in giro… Dopo una mezz’ora torna e non c’è nessuno ad aspettarlo perché tutti dormono: sfila dal letto la sua coperta e se la infila sopra le spalle; si siede davanti una candela accesa e inizia a piangere.

Prima della sveglia. Pensamento dolce

Venerdì, Settembre 18th, 2009

Pezzi8.30. Il sole alto lampeggia alla finestra e, dopo un’abitudine di giorni nuvolosi, un mattino così fa pensare: «Non è suonata la sveglia, caz*o.» C’è ancora poco traffico nella via davanti casa: mancano le voci delle anziane affacciate ai palazzi accanto, l’urlo del clacson del fruttivendolo è muto, qualche macchina che passa fa affidamento sulle marce medie perché la strada è libera e si può andare, qualcun altro è pigro ma non è adatto per un racconto da eroe. C’è un’impressione che mente nel cinguettio degli uccelli e nelle ombre lunghe: guardo l’orologio – sono andato a dormire tardi stanotte, e tutto sbagliato, – sono le 7.39.

“Pensamento”, ho deciso ora il titolo del post: mi piacciono queste parole che suonano così male perché le si usa o perché sono le uniche adatte per il concetto che si vuole esprimere o perché non si cura la forma, cioè la musicalità del testo scritto. (Non pensare al ticchettio della tastiera che soffre le aritmie dei cuori degli amanti: a te, lettore, lascio solo il difficile compito che ti spetta e tutto il diritto di seminare giudizi.) È una pena saper scrivere – ecco come, iniziando un altro discorso, fugge dalla trama il racconto della colazione; «vado a controllare se ho chiuso il gas», è una paura – saper comporre insieme le parole produce, in generale, diffidenza. Mi spiego. Mentre si è abituati a conversazioni “normali” che lascio a voi intenderne il significato, quando i discorsi si fanno più “sofisticati” o elaborati nell’uso e nell’abbinamento delle parole, da sembrare citazioni per romanzi, si prova un senso di finzione; la falsità appare dietro la porta perché gli scrittori, nella concezione stereotipata di chi li pensa, inventano storie e non si limitano ad osservarle. Rivelato questo, il mio limite è quello legato alla soggezione delle battute dei copioni che scrivo e recito seppur sempre sono vero: è il motivo per cui appaiono tutti i difetti (nonostante gli abbellimenti stilistici, aggiungo). Potreste prendermi alle sei e mezzo di mattina, ad esempio, e svegliarmi a pugni: io parlerei nello stesso con cui mi esprimo qui sul blog o in ogni altro posto in cui parole sincere potrebbero essere confuse con altre menzognere perché sono miseramente reale.

Condivido la mia povertà con l’immaturità delle mie azioni: è tanto quanta. (Ecco il clacson del fruttivendolo! Sul suo camioncino, se ti affacci dalla finestra, vedi la frutta composta e allineata nelle cassette blu.) Molte persone credono di conoscermi, devo arrivare qui, ma in realtà si sbagliano. Sapervi tutti attenti, voi lettori, e non conoscere io il vostro viso, l’espressione degli occhi e il linguaggio delle mani è davvero una pena perché siete così liberi delle vostre interpretazioni che per chiunque potrei essere solo un’idea; è questo che fa male. «Hai un alter ego molto potente sul web.», disse una volta F. durante una pausa al piano del bar; non ricordo bene se l’aggettivo usato fosse stato quello, ma il concetto rimane: mi credono un eroe e invece cosa sono?, niente?, no, forse; sono solo un po’. (Metti tu il punto esclamativo, se ti piace.) Capovolgendo il quaderno e aprendolo dalla copertina di fondo ci sono, invece, altri commenti che mi riguardano, con diverse opinioni, e sono la maggioranza – mi fa sorridere ripensare a una lontana conversazione al telefono, quasi mi commuove; – ecco il riassunto: «Gilberto è un ragazzo evaso dalla vita sociale, disadattato, fragile: nel suo umore si riconoscono i sintomi di un malessere intimo e piuttosto radicato; ciò provoca un necessario pessimismo e sfiducia verso tutto ciò che lo circonda, ma è vano il tentativo di scaricare sugli altri i pesi dei suoi modi d’essere (e pensare). È una bella persona, cioè una di quelle da salvare anticipando la cura chiedendo “Su, che c’è?”. Sa scrivere e sa fare fotografie e non gli manca niente, ma è così e nessuno ha ancora scoperto il perché.»

Chiudo il quaderno aperto nel paragrafo precedente: è a quadretti; lo sapete voi che mi piacciono i fogli a quadretti larghi quattro millimetri? Ancora vi chiedete chi sono, ma non vi farò cambiare idea: quella è la vostra! (Qui metto il punto esclamativo io come una beffa, l’unica che voglio concedermi.) Gilberto è… Condivido in parte la seconda corrente di pensiero: la prima è così folle che non si regge in piedi, sta come sulle stampelle – l’immagine del castello di sabba è troppo romantica per queste sciocchezze, – basta una spinta. Devo correggere la loro mira, però, di coloro che mi giudicano così. Ho paura: non sono pessimista, piuttosto sono insicuro per certi versi e spesso lo sono di me, tradendomi; non sono l’aspirante suicida, ma se volete potrei scriverci benissimo un romanzo; poi ora ho così tante cose da fare che non troverei neanche il tempo per ammazzarmi, che credete? Sono poco, ecco, e vorrei convincermi d’essere di più come molti credono e non gli do torto. Il timore è tutto qui: io mi apprezzo, io mi amo – penso che me stesso è stata la prima persona che ho amato e continuo a farlo, – ma ho un desiderio viscerale – l’uso di certi aggettivi rafforza l’efficacia della frase – di esser qualcuno per le persone che mi vivono intorno: fu l’ultimo discorso che feci con S., lei disapprovava, poi scomparse (ma è ancora viva). Il mio non è bisogno di arrivare, imprecisione emersa nella conversazione con S., ma una necessità di essere per tutte quelle persone che per me significano qualcosa: al di là dell’importanza dei rapporti ognuna di loro mi ha fatto dono di sé, mi ha arricchito, perché siamo animali animali sociali e con un poco d’impegno anche intelligenti; quindi sono cresciuto per (a causa) loro e con loro e ho come il bisogno di lasciare un’eredità per riconoscergli il valore che per me hanno avuto e hanno – il tempo passato poco si sposa con alcuni concetti – quando poi “morirò” che non vuol dire un epilogo fisico.

Io non sono un eroe. Mi piace l’idea di un album di figurine e con il numero 123 la mia silhouette contro il tramonto e una lama affilata sul punto di decapitare la testa di un nemico, ma è una storia da cartone animato. Sono poco o tanto, cioè sono me e figuriamoci se io so giudicare me: riconosco i difetti, soprattutto quando sono la causa di dolori altrui che poi non so mai perdonarmi. Sono le mie parole e le fotografie – questo è quello che voi vedete – e ne vado così poco orgoglioso che mi critico ogni volta. (Stamattina ho cancellato una foto, ma fa parte di un progetto che… continuerà: da sola non avreste capito niente.) Sono il mio titolo di studio e gli esami che sto dando per laurearmi perché ne sono capace anche se la si pensa una strada sbagliata: ingegneria mi darà un lavoro e un ruolo, m’insegnerà il buon senso e la stabilità. Lascio che le “arti”, vili virgolette, rimangano passioni collaterali da cullare e proteggere. Digressione: a casa neanche sanno che scrivo e, onore al digitale, di mie foto ne avranno viste quattro o cinque; figuriamo il sentirmi dire «Ma hai fatto una foto ad una tazza?! E i puzzle dove li hai presi?» Sì, è solo una tazza, però è mia, mh! È l’anima del bambino capriccioso. (Prosegue qui un discorso non pubblicato che vorrò fare un giorno con una persona a me cara.) Parto dalla mia famiglia, ho poca vita sociale: è lì che è iniziato tutto nel bene e nel male; più bene, però, ho l’impressione; non mi dilungo ora.

Concludo per limitare i danni. Sto bene – c’è qualcuno da rassicurare?, – ho solo a cuore persone che quando non ci sono mi mancano e non so se è vero affetto o pura abitudine: so che ci tengo nella stessa misura con cui loro hanno dato l’impressione di tenere a me e, rischiando di scrivere un romanzo sulla mia pelle, mi hanno fatto doni che da solo non sarei mai riuscito a costruire – gli ingegneri stanno sempre a far progetti. Per tutto quello che c’è stato, per tutto quello che c’è che io non estinguo, coraggiosa determinazione, il mio comportamento si modifica fino a ridursi all’esigenza non violenta di essere, per voi. Non voglio perdervi per due parole scritte male o una fotografia sbagliata.

p.s Cambio il titolo in “Pensamento dolce”: gli aggettivi sono importanti.

“Innamorarti” tra virgolette ti distrae

Giovedì, Settembre 17th, 2009

NuvoleGli ultimi trenta minuti li hai trascorsi guardando il soffitto. Alternavi letto e pavimento, così, tanto per cambiare, distesa e ferma; il lampadario, pure, non è mosso ma è rimasto di lato a delimitare un’inquadratura più interessante. Pf!, fai.

L’intera giornata capovolta di nuovo in notte è stata gentile con te e non ti ha divorata. Le ore del giorno le hai passate tra fumetti, pop corn, cartoni animati e quelle canzoni che ascolti solo tu: un tempo ti avrebbero preso in giro per la tua musica, ma ora no; adesso sono tutti così indaffarati che le scritte sulle tue magliette sono insignificanti simboli; non hai poster appesi alle pareti e di tanto in tanto hai guardato fuori dalla finestra per scoprire dove arrivasse la tua immaginazione. Ma ora è buio: la luna e le stelle sono scomparse dietro le nuvole e il tuo telefono ancora non squilla.

“Innamorarti” tra virgolette ti distrae. A volte pensi… e sorridi perché sai che nessuno ti vede eppure vorresti così tanto che la trama distratta della tua vita si arricchisca di un personaggio che duri più di due brevi capitoli: ci vuole un protagonista!, esclami. Aspetti. Hai trovato un libro che non ricordavi sulla mensola alta: per prenderlo hai allungato il tuo corpo sulle punte dei piedi e le braccia, su, prima di farlo cadere a terra; c’è un segnalibro in mezzo alle pagine, lo apri.

p.s Questa è inventata, sia chiaro. A volte i miei lettori – come parlo? – trovano sempre qualcosa di autobiografico in quello che scrivo.

Di settembre. Conversazione

Venerdì, Settembre 11th, 2009

1 – Bar – Esterno giorno (tardo pomeriggio)

U. alza il bicchiere e lo avvicina lento alla bocca per bere un sorso; lo appoggia piano sul tavolo – primo piano sulla mano – e D. inizia la battuta.

D. Metti che loro due lo fanno e lei simula l’orgasmo…
U. (Cerca nella tasca interna della giacca il pacchetto di sigarette.) Sì.
D. Come potrà rimanerci lui, aspirante attore, ad esser tradito proprio da una recitazione?
U. (Sfila il pacchetto, estrae in fretta una sigaretta, l’accende.) Se lei è brava non se ne accorgerà.
D. Sì, ma metti che lui se ne accorga: un aspirante attore che per mestiere deve saper recitare subisce l’efficacia di una finzione nella sua vita reale, quella sotto il palco che conosce al di là della professione che riveste… È disarmante, secondo me.
U. (Risatina.) Cosa dici?
D. Sì. Vedi? Il ruolo che l’attore riveste diventa un abito che non può sfilarsi. Tolto il trucco si trova immerso in un mare di altri attori bravi almeno quanto lui, ma loro non lo fanno di mestiere: è la loro indole a renderli così (pausa) bravi.
U. Okay. Quindi? Cosa vuoi farci?
D. Be’, niente: ho solo pensato l’assurdità di certi film, di certi spettacoli teatrali. Ci vivono intorno persone così brave e gentili da recitare solo per noi… Non chiedono neanche i soldi per il biglietto: semplicemente mettono in atto una sceneggiatura così buona che appare la vita vera e lo è! Mi chiedo cos’è un attore e cosa abbia in più rispetto a tante persone che mi hanno preso in giro.
U. Un attore è una persona capace di calarsi in determinate situazioni inventate e di saperle interpretare nella maniera più giusta, in quella voluta dal regista, secondo me. Nella tua buffa storia come andrebbe a finire se anche lei fosse un’attrice?
D. Non lo so, non lo so… (Pausa lunga.) È assurdo tutto questo?
U. Ti stai chiedendo quante persone sono state vere con te? Con chi sei uscito ieri sera?
D. (Enfatizzare la battuta con ampi gesti di disapprovazione.) Ma che c’entra? Ieri sono uscito solo.
U. Io non ti capisco.
D. Neanch’io però mi sto applicando.
U. (Sorride.)
D. Un giorno ci scriverò una sceneggiatura: sarà la storia di un attore che… La scena del rapporto sessuale sarà verso la quarta o quinta scena, dopo aver presentato i personaggi… Da lì inizio un percorso che accompagnerà il protagonista nell’insana ricerca di ciò che è vero o falso nella sua vita quotidiana, nelle persone che incontra: nasceranno delle domande, indagini allo specchio, cose cose così. E la serenità starà negli attimi in cui l’attore reciterà perché il suo fingere per mestiere sarà l’unica sua certezza. (Fissa il bicchiere di U. a metà sul tavolo.) Ci penso…

Quinta elementare. Non leggo più

Giovedì, Settembre 3rd, 2009

I banchi a ferro di cavallo, in quinta elementare, erano forse un modo per avere tutti un posto in prima fila: non lo so. La mia sedia era la seconda o la terza a partire dall’estremità destra – guardando in direzione della cattedra, – accanto a me sedeva M. o F., nomi (o personaggi) poco significativi per il seguito della trama. Si era nel lato della parete perpendicolare a quella con le finestre e una mattina di maggio che promette il sole raramente dice bugie: forse era aprile, magari marzo, ma quella luce dai vetri imitava bene la primavera inoltrata.

Erano tempi in cui si leggeva per forza. La maestra M. ci faceva scegliere i libri dalla biblioteca scolastica e ci dava un mese di tempo esatto per leggerli e riconsegnarli con la relazione scritta su fogli a righe. (Regola numero 1: gli errori non si possono correggere con il bianchetto.) Nella scelta del testo influivano, in ordine, questi fattori: lo spessore del volume; l’illustrazione in copertina; il titolo; la completezza del commento di quarta copertina. Solo alla fine ci si chiedeva dell’argomento. Il numero di pagine? Si era diventati così esperti, in quinta elementare, che lo stimavamo dalla larghezza del libro messo lì, verticale-obliquo, sulla mensola: l’errore non era superiore del dieci percento del valore esatto.

Era una gran pena la scadenza di quei compiti. All’inizio ero tutto eccitato per il libro preso in prestito, ma ben presto mi accorgevo la noia di certi testi per bambini: non mi sentivo grande, per carità, però essere presi in giro da romanzieri per l’infanzia era davvero troppo; i cartoni animati, ad esempio, sapevano rapportarsi meglio all’età che avevo. La maestra, però, non accettava obiezioni: «Dovete leggere.», diceva con autorità filonazista. Perdio, quanto s’incaz*ava se il giorno della consegna si inventava la scusa di aver dimenticato a casa la relazione! Così bisognava farlo e io non ero esente dal vile castigo però avevo imparato a saltare le pagine, leggendo solo a tratti e inventando il resto: le trame di quei romanzi non sono mai così complesse da non essere intuite e spesso giungevo a storie verosimili, soprattutto quando l’insegnante non conosceva il libro.

Per tutta la quinta elementare andai avanti inventando libri: non ero un gran lettore, ma sapevo di grammatica e la signorina M., altresì chiamata zitella considerata l’età, era più attenta alle ha senz’acca piuttosto che alle mie trame sintetiche e false. Andò sempre bene fin quando arrivò il momento di Quo vadis?. Lungi da me giudicare quel libro – io non l’ho letto – però ho il sospetto di aver sbagliato qualcosa nella valutazione preliminare descritta sopra; anche l’argomento non era dei miei preferiti e la quarta copertina stavolta non aiutava. Forse era un giorno di rientro: mi sembra che la mattina usai la scusa «maestra, ho dimenticato il quaderno a casa», ma nell’intervallo del pranzo non feci in tempo a trovare una trama per quel libro.

Le 15, poco più. MM. – la prima M è l’abbreviazione di maestra – mi chiese il quaderno per correggere la relazione. Glielo diedi. Non mi curai molto del suo lavoro, non lo facevo mai: mi girai a chiacchierare con il compagno accanto nel ferro di cavallo voltando le spalle alla cattedra, ma non durò molto perché la zitella alzo la voce, «Gilberto!», forse reclamando la mia attenzione. Dovevo essere rapido per gestire la situazione: all’epoca ero goffo, obeso e timido; per di più M. aveva il ciclo, elemento narrativo che scoprii solo più tardi. Non feci in tempo. «Cosa ha scritto? Come ha scritto? Questa relazione fa schifo. Tu non sai scrivere.», ricordo quella sua bocca grande e la dentatura maestosa, poi a seguire voce alta. Fu un tuono.

Me la cavai con l’obbligo di rifare la relazione e una settimana in più per finire il libro, ma non lo lessi affatto: semplicemente riconsegnai il compito in un giorno migliore. Terminarono i tempi delle elementari e non mi pesò affatto d’essere quello che non sapeva fare i bei temi, quello senza idee: io ero la matematica e poco m’interessavano le questioni letterarie. Una sorte simile, poi, mi accompagnò alle scuole medie: i voti bene, discreto degli anni precedenti si trasformarono anche in 5, 5 meno, 5 e mezzo, cioè numeri. Ero un incapace, un errore, come una virgola nel posto sbagliato, ma anche piuttosto sereno: tanto c’era la matematica!

Imparai precocemente a leccare i francobolli

Mercoledì, Settembre 2nd, 2009

ParoleMantengo ricordi piuttosto nitidi delle mattine passate nell’ufficio postale poco distante da casa. Ci andavo sempre con mia madre, ero piccolo, per pagare la bolletta della luce, del gas o del telefono: queste cose qua. In realtà la coda, quando c’era, durava più o meno due o tre persone a quei tempi – era prima del ‘90, – e non penso di aver aspettato in fila mai più di dieci minuti, ma per un bambino anche un breve intervallo può apparire un’eternità: la noia dilata il tempo come un elastico.

Le sensazioni dell’ufficio postale erano tante: quando sei piccolo anche lo spazio è espanso e tutto ciò che contiene trasmette emozioni e pronuncia domande come quei perché? ricorsivi che fanno la rabbia dei genitori. Avete mai avuto un padre ingegnere che a due anni vi spiegava l’alba descrivendo il moto della Terra intorno al proprio asse? Io no, ma so di avere le carte in regola per essere un “cattivo” genitore. «Perché non lasci mai un commento?»

Della fila un po’ confusa ricordo le persone. Qua si conoscono tutti, si salutano, fanno grandi sorrisi; solo nei gusci domestici, al riparo da orecchie profane, poi, parlano male l’uno dell’altro ma non verranno a saperlo subito: sarà la voce del paese (è piccolo) a soffiarlo nell’aria attraverso quella misera ragnatela di vie che non conta cinquemila anime. In coda, riprendo, non c’era un ordine preciso: c’era un’apparenza di ordinamento; i più procedevano paralleli perché, in piccoli gruppi – fino a tre persone, coinvolgendo la coda accanto ,– si mettevano a discutere degli argomenti più vari. Lì si scriveva la cronaca locale, ma il giornalista in un posto come questo è un mestiere che non rende!

Quando arriva il nostro turno? Non arrivavo al banco e vedevo le fessure nel vetro dalla mia bassa statura. Smettevo di lamentarmi e mi accorgevo del ruolo a noi concesso (accanto c’era mia madre): dietro due individui di mezza età stavano chiacchierando, a volte rivolgendo lo sguardo in avanti, qualcuno spiando anche me; aspettavano; io ero il primo della fila. Il tintinnio delle monete da cento lire di resto era inconfondibile; peggio del finale di un film western sapevo che dovevo andare e uscivo preso per mano solo per il primo tratto di strada perché poi la disciplina la imparavo da me.

Riconosco poco l’ufficio postale oggi e solo per un breve periodo della mia vita ho collezionato francobolli, però so per certo d’aver imparato presto a leccare quelle piccole immagini da retro di una busta: a casa ero io che lo facevo quando si doveva inviare qualcosa e stasera che avrei pronta anche una lettera come faccio a spedirla senza conoscerne il destinatario?

NAT con iptables. Condivisione di una connessione

Domenica, Agosto 30th, 2009

iptables, applicazione per modificare le regole di firewalling in ambiente GNU/Linux, permette anche di attivare un sistema di NAT. La tecnica di Network Address Translation maschera gli indirizzi in ingresso ad una interfaccia di rete con l’indirizzo IP della macchina dove le regole sono impostate e li fa uscire su una interfaccia di output: in questo modo è possibile, ad esempio, condividere una connessione di rete con un’altra macchina.

Di seguito c’è uno script BASH per attivare il NAT sui pacchetti entranti nell’interfaccia di rete eth1: essi vengono inoltrati attraverso l’interfaccia eth2.

#!/bin/bash

# Script che imposta le regole per effettuare NAT con un sistema GNU/Linux.

IPTABLES=/sbin/iptables

# Interfacce di rete interessate dal NAT
IFIN=eth1	# Interfaccia di rete verso il computer locale
IFOUT=eth2	# Interfaccia con accesso alla rete esterna

# Regole NAT
$IPTABLES -t nat -A POSTROUTING -o $IFOUT -j MASQUERADE
$IPTABLES -A FORWARD -i $IFIN -m state --state RELATED,ESTABLISHED -j ACCEPT
$IPTABLES -A FORWARD -i $IFIN -o $IFOUT -j ACCEPT

# Abilitazione ip forwarding
echo 1 > /proc/sys/net/ipv4/ip_forward

L’ultimo passo, da effettuare sul client che sfrutta il NAT, consiste nella modifica della tabella di routing. Da utente root basta eseguire da shell la seguente istruzione dove ip_address è l’indirizzo dell’host dove sono attive le regole di NAT.

alice:/# route add default gw ip_address

Passione Flash e AMD64

Domenica, Agosto 30th, 2009

30 agosto 2009 – La battaglia tra l’autore del blog e la tecnologia di casa Adobe, Flash, sembra conclusasi. Era l’autunno del 2006 quando l’acquisto del portatile, primo e unico, inaugurò la convivenza con l’architettura AMD64: Debian GNU/Linux, un suo port allora non ufficiale, aveva appena i software più diffusi compilati per la CPU AMD; le guide online per l’installazione della distribuzione erano striminziti articoli e ogni informazione in più valeva come un tesoro. Nella barca dei pirati, però, c’era vento forte: ben presto il sistema operativo e le applicazioni intorno raggiunserò la maturità necessaria per supportare l’architettura a 64 bit.

Flash, fino a stamattina, è rimasto un tabù. Nel corso degli anni – ricordo che la storia inizia nel 2006 – si sono rincorse diverse soluzioni per usare al meglio la tecnologia Adobe, ognuna con pro e contro, ma nessuna troppo convincente per giustificarne la mia adozione: sono un “pioniere” (con quale diritto poi?) di GNU/Linux su AMD64 e su quel tipo di macchine ho sempre installato un sistema a 32 bit da avviare in chroot; così ho sempre avuto la mia seconda versione del sistema operativo da avviare, alla fine, solo per vedere quei siti con Flash.

Oggi ho deciso di aggiornarmi sulla convivenza AMD64-Flash: ho scoperto che Adobe sta lavorando a un plugin Flash, seppur in versione alpha, per l’architettura a 64 bit; dopo il download del file, al seguente link Adobe Labs - Download Flash Player 10, l’ho provato.

L’installazione su Iceweasel, su distribuzione Debian GNU/Linux, è semplice. Dal pacchetto appena scaricato si estrae il file libflashplayer.so; esso va copiato nella directory /usr/lib/iceweasel/plugins che, se assente, va creata. (Su un articolo trovato nella rete si suggeriva di creare anche un link simbolico al file libflashplayer.so nella directory /usr/lib/iceweasel/xulrunner/plugins/: penso che serva per utilizzare Flash nelle applicazioni XUL; nel dubbio ho seguito il consiglio.) Non rimane che riavviare Iceweasel e controllare all’URL about:plugins che sia presente la voce riguardante il plugin Flash. L’installazione è conclusa.

Al momento il plugin sembra funzionare bene in tutti i siti visitati, anche in quelli in cui a volte avevo problemi con il plugin a 32 bit installato nell’altro sistema Debian GN/Linux: forse la mia “migrazione” è avvenuta!

p.s Per l’occasione ho aggiunto ad Iceweasel l’estensione Flashblock: disabilità tutti gli oggetti Flash nella pagina finché non vi si clicca sopra, per attivarli; permette un risparmio di risore poiché la tecnologia Adobe non brilla certo per snellezza.