Dove la sabbia tocca il mare

lunedì, gennaio 18th, 2010

A Màramo c’è una spiaggia lunga tremila passi. D’inverno la città, meta d’estate di turisti muniti di pinne e ombrelloni, diventa un organismo di cemento, pali e finestre chiuse; nessuno rimane in quel posto dopo che la prima foglia ingiallita del grande albero della piazza tocca terra: è quello il segnale che la stagione buona è finita e se deve anda’, qui non c’è più niente da fa’, come urla uno degli anziani che col sole parlano di politica e di sport sulla panchina davanti il palazzo del comune. Quindi si evade, abbandonando tutto, con la certezza di ritrovarlo l’anno seguente.

La spiaggia di Màramo ha una sabbia finissima che trattiene le impronte. Chi ci va d’inverno, piuttosto solitario, può riconoscere i passi degli innamorati e quelli dei cani coi padroni; sono pochi quelli che, invece, hanno il coraggio di camminare più di duemila passi senza una compagnia accanto: i vecchi portano il bastone e le rughe dei ricordi, neppure loro sono soli.

Hanno costruito un castello di sabbia sulla spiaggia, lì dove è un poco più alta. Hanno allungato con un lungo scheletro di legno un braccio che attraversa tutta la spiaggia e si spinge per venti metri sopra la superficie dell’acqua. Lì sopra, così distante dalla piazza della città, c’è un grande castello di sabbia, compatto, forte. Nessuno sa chi l’ha costruito: pure i vecchi dicono che è sempre stato lì, se lo ricordano da che sono nati, quando da piccoli hanno imparato lì accanto alle palafitte i primi movimenti del nuoto. Dentro la struttura di sabbia c’è lo spazio buono per una stanza e un camino che nessuno accende mai perché d’inverno, come ho detto, sono poche le persone che vanno a Màramo.

Sotto il mare è blu. Dove in superficie esce il camino del castello, sotto la linea dell’acqua il fondale è profondo. Ci sono pesci di tutti i tipi, ma scendendo è sempre più difficile vedere animali: la pressione dell’acqua si fa troppo elevata per la sopravvivenza e quindi la fauna è più densa tra i cinque e i venticinque metri. I bambini sopra lanciano barchette di carta che vengono portate via dal vento; sotto i pesci non se ne accorgono. Qualcuno si è chiesto qual è il pesce che vive più a fondo, ma nessun subacqueo ha mai avuto il coraggio di arrivarci: d’estate si preferisce godere la vacanza e d’inverno quello è un posto da cui si deve scappare.

Il castello, in alto, è sempre robusto. È un castello di sabbia, con una sola stanza, disabitato. Nessuno si è mai chiesto se cadrà prima quell’edificio oppure il pesce che vive più in profondità cercherà di scoprire il mondo. Le barche dei bambini e i pesci piccoli scappano via col vento e con le onde, lì, sulla spiaggia, dove la sabbia tocca il mare.

Carne a colazione

martedì, gennaio 12th, 2010

“La gelosia sta uccidendo il nostro amore, lo affetta riducendolo ogni giorno di uno o due millimetri. Nei momenti di pausa dal lavoro un macellaio meticoloso affila le lame dei suoi coltelli, pulisce con cura il metallo e lo disinfetta: se non avesse fallito i suoi studi in medicina, abbandonando l’università per lavorare nella bottega del padre, sarebbe stato un eccellente chirurgo di fama internazionale; invece gli tocca il ruolo di assassino. Ogni mattina indossa gli abiti bianchi che la moglie, dopo averli lavati, lascia sulla sedia della cucina; la sera torna a casa e quegli stessi vestiti mostrano la scena di un omicidio, macchie rosse dovunque, sparse, sono così distanti dalla verginità delle sei meno un quarto, ma quello è il mestiere e le sue prove sono il sudore e l’odore di carne che il giorno si infila sottopelle. C’è un chirurgo sadico che affetta i cuori per darli da mangiare ai propri cani.”

Accanto a me c’è un ragazzo che scrive. Ho letto le parole guardando di traverso, distogliendo lo sguardo da un libro, mentre si rincorrevano sulla carta a righe del taccuino. I toni usati, osservo, sono quelli di una lettera, ma ho ragioni per pensare che stia scrivendo un romanzo epistolare, il suo prossimo libro: è poco credibile una lettera che parla di macellai e assassini, nessuna ragazza saprebbe leggerci tra le righe qualcosa di sincero come un amore, è bizzarra; insomma, non funziona.

Alessandro Perso – è così che ho deciso di battezzarlo – si accorge della mia attenzione invadente, si volta verso il finestrino che dà su una collina nera, su un capannone in costruzione, su una discarica e infine sul cielo ampio sopra una spianata che si perde nell’oscurità. Incurva lento la schiena perché nella velocità corre il rischio dell’errore e copre il taccuino nero come un’ombra, come se fosse proprio quello l’amore da proteggere, la ragazza a cui sta scrivendo, scartando l’ipotesi della bozza di un capitolo del suo prossimo libro.

Con estremo imbarazzo ruoto lo sguardo e cerco nervoso la riga dove avevo interrotto la lettura del libro appoggiato sulle gambe.

«Allora ho detto a mio padre e mia madre che li avrei uccisi.» dice un uomo albanese sulla trentina con un italiano corretto che della lingua madre conserva soltanto un difetto di pronuncia. «Loro lo sanno che sono pazzo, l’hanno sempre saputo, per questo hanno avuto paura e non hanno detto più nulla…»

È una battuta sciolta e randagia quella che ascolto, liberasi da qualche discorso che mi sono perso e il cane davanti all’uomo seduto dall’altra parte del vagone risponde con sorrisi e movimenti della testa. Come sono giunti a parlare di questo? Appena entrato nel treno, dopo aver riposto i bagagli e infine me, stavano discutendo di come domare le proprie mogli con pugni e ricatti. Io avevo capito che non avrei mai approvato i loro dialoghi, senza spiegarmi le ragioni di quelle idee violente; avevo preferito non lasciarmi massacrare e mi ero girato.

Alessandro scrive.

“Fuori dal finestrino i dorsi delle colline passano dal nero al loro colore naturale che a quest’ora è un azzardo indovinare: posso solo fare ipotesi sulla vegetazione o scommettere che lì, sopra quella casa solitaria, c’è un campo incolto, arido. Non ho nessuna certezza se non me stesso che vale quel che è, ma non sa di essere: così mi chiudo nell’egoismo delle mie insicurezze e quando si incastrano, come nel collo di una bottiglia, strizzo forte gli occhi finché non riesco a mandar giù; poi ricomincio. Inizia a far giorno, ma il sole non è ancora sorto: è sotto il mare; mentre ad est il cielo sbiadisce ad ovest porta ancora il colore dei tuoi occhi; a quest’ora penso al macellaio già sveglio e sento l’odore della sua carne come una preda impaurita.”

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Dedico questo post a quel ragazzo, compagno di corso, con cui solo oggi ho parlato, per la prima volta, e mi ha fatto capire la “suggestione” delle parole.

Come se non esistesse

martedì, gennaio 12th, 2010

Mi cancello da Facebook perché ci vuole un attimo. Il sito è così premuroso che non cancella nulla, lo mantiene proprio per incoraggiare ripensamenti: chissà? Disattivo il mio account: è un’azione rapida e avrò la possibilità di tornare indietro.

Il motivo principale della diserzione è che sta diventando vero solo ciò che è scritto su Facebook o ciò che, dai contenuti, pubblicati è intuibile – scegli l’ipotesi A o l’ipotesi B, quella che preferisci. Mi spiace non essere un romanzo giallo, mi fa male subire interpretazioni che mi stanno come abiti della taglia sbagliata: come fai a decidere le sorti di un vestito se non l’hai mai provato? Ci vuole occhio, ottime capacità investigative (per la taglia dei pantaloni), tutte cose buone solo per i romanzi ed i film.

Non essere su Facebook è come non esistere. Quindi, da stasera, io non ci sarò più. Eppure, proprio per contraddirmi, ho un così forte bisogno di essere, ma proprio questo strumento che avvicina in alcuni casi allontana. Tanto meglio andare, ma dove? Non lo so… Chi sa che sono reale saprà ritrovarmi – pregherò un dio diverso ogni notte – e intanto, tra ipotesi A e ipotesi B, io disegno un sentiero che va oltre, sorpassa un fitto boschetto e quella zona tra due montagne dove il sole non batte mai; ecco, alla fine, che arrivo all’ipotesi C, ma non è una questione di possibilità, solo di verità.

Her big thoughts

sabato, gennaio 9th, 2010



Her big thoughts, originally uploaded by hummyhummy.

«Mi dici a cosa pensi?», chiede lui, sospettoso.
«Nulla» è la risposta debole, ma non convince, «non penso a nulla, sul serio.»
«Non è vero…»

I passi rallentati

sabato, gennaio 9th, 2010

I marciapiedi conservano le storie. Sopra di loro i passi veloci e lenti della gente lasciano segni e rimangono nella memoria del pavimento; nei mozziconi di sigaretta gettati con rabbia, nelle gomme da masticare sputate, nelle pagine dei quotidiani volate via per il troppo vento quando un uomo si tiene il cappello ci sono le tracce di coloro che li hanno calpestati. I copertoni delle biciclette disegnano linee continue che si intrecciano con quelle tratteggiate dei vecchi con il bastone – li si riconosce dai punti meno fitti che passano accanto al binario principale delle scarpe da passeggio, – persino i bambini portati in braccio, attraverso le madri, comunicano la loro presenza ai marciapiedi.

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I Radiohead chiusi dentro una scatola

giovedì, gennaio 7th, 2010

Around another shallow conversationI Radiohead chiusi dentro una scatola, un pub fuori città con le palle appese, serpenti luccicanti e addobbi natalizi nell’ultimo giorno di festa. «No, questa musica no.», «È da quando siamo entrati che c’è…», «Non me ne sono accorto.», «Sì.» Il tavolo affollato di fronte: quattro coppie e cinque bicchieri di birra, tovaglioli di carta, pacchetti di sigarette vuoti, una bottiglia d’acqua, i piattini col dolce. «Io esco a fumare», dice e si alza; altri inseguono. La cameriera porta via i contenitori vuoti, acqua e sapone, un viso hardcore nel 2010, poi s’attacca al nostro amico appena entrato che ancora non conosciamo. «Ci sediamo accanto a lui? Tu da un lato e io dall’altro. È il meglio che può darci questo posto. Poi non ci mettiamo a giocare, guardiamo. «Una birra piccola, grazie.» I ruoli cambiano: chi non sa giocare in porta si sposta sulle stecche nei ruoli difensivi. Il tipo con i capelli legati appoggia una mano sul boccale appoggiato sopra la traversa della propria porta mentre la ragazza di fronte scuote il tavolo per deviare il percorso della pallina: «C’è la birra», dice lui. Bevi e non sai se poi ti fermeranno per strada quindi aspettiamo un poco. «Sarebbe stato meglio il pub sotto casa, vero, ma stasera non avevo proprio voglia di vedere quelle facce, sempre uguali seppur diverse. Qua almeno ci sono più giovani.» I Radiohead escono dalla scatola e il volume si alza su musica che non ascolto, ma ben più intenso è il chiasso dei giocatori e, sopra tutto, le minacce. Usciamo che già è tardi: al tavolo c’è un tipo visto in foto, visto in facoltà, visto in treno, ma io non lo conosco. Fuori l’aria è fredda (e umida). Sedersi su una panca fredda, poi continuare a parlare, poi… Le bestemmie che giungono dalle spalle sono quelle che si usano come esclamazioni in mezzo a un discorso: mi fingo scrittore dicendo che usare la maledizione contro dio aiuta a migliorare la metrica dei versi delle loro conversazioni. Siamo d’accordo. L’argomento di dibattito, con parole vivaci e grasse risate e metafore alternate a definizioni tecniche, ruota intorno al settore dei videogame. Fumano sigarette, le accendono una dopo l’altra, bestemmiano e alzano la voce, si danno consigli: sono videogiocatori e io non conosco i nomi dei loro giochi, io sono vecchio, ma forse solo un paio d’anni più di loro. Mi viene da ridere: il loro dialetto, la loro venerazione, la differenza.

Ti chiedo: «Perché non sono come loro? Perché non mi accontento di tutto questo tempo?»

SWI-Prolog con Debian GNU/Linux

mercoledì, gennaio 6th, 2010

Emacs screenshotDi seguito si illustrerà in breve come usare l’interprete SWI-Prolog su un sistema GNU/Linux. Verranno usati la distribuzione Debian GNU/Linux e l’editor di testo Emacs (equivalente alla sua versione grafica XEmacs). Il procedimento verrà descritto senza la pretesa di completezza, ma con l’unico intento di essere un rapido riferimento per chi si avvicina alla programmazione PROLOG su GNU/Linux.

Come prima operazione bisogna installare l’interprete SWI-Prolog. In Debian GNU/Linux il pacchetto necessario è swi-prolog; lo si installa usando il consueto comando aptitude.

alice:/home/gilberto# aptitude install swi-prolog

Successivamente si installa l’estensione prolog-el per Emacs (si presume che l’editor sia già presente nel sistema). In Debian, versione squeeze/sid, essa è fornita dal pacchetto omonimo; basta quindi installarlo.

alice:/home/gilberto# aptitude install prolog-el

L’ultimo passo della preparazione del sistema a SWI-Prolog consiste nel configurare l’editor di testo per un corretto uso dell’estensione. Se non presente, creare, il file ~/.xemacs/init.el e aggiungere i seguenti comandi che verranno richiamati all’avvio del programma.

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(autoload 'run-prolog "prolog" "Start a Prolog sub-process." t)
(autoload 'prolog-mode "prolog" "Major mode for editing Prolog programs." t)
(autoload 'mercury-mode "prolog" "Major mode for editing Mercury programs." t)
(setq prolog-system 'swi)
(setq auto-mode-alist (append '(("\\.pl$" . prolog-mode)
                                ("\\.m$" . mercury-mode))
                                auto-mode-alist))

A questo punto Emacs è in grado di interpretare ogni file con suffisso .pl come un sorgente scritto in PROLOG inizializzando l’ambiente SWI-Prolog alla sua apertura.

Riferimenti
SWI-Prolog’s home
Bruda.CA – Prolog mode for (X)Emacs

Piercing anomalo

martedì, gennaio 5th, 2010

Immagina uno stuzziccadenti abbandonato sulla sedia e penetrato per almeno metà della sua lunghezza nell’interno coscia destro. Cosa ci fa un bastoncino di legno appuntito da entrambi i lati sul cuscino della quarta sedia in cucina? E perché s’impenna ed è capace di entrare nella carne con movimento quasi chirurgico, lento, mentre ci si siede? Sono queste le domande non taciute, forse però ripetute dentro il cervello, urlate, ma immaginate, dopo aver estratto il corpo estraneo dal corpo proprio, dopo averlo esaminato per controllare schegge, fratture o segni di sangue… Poi arriva il dolore, qualcosa di inaspettato, di vero.

Natalizie

venerdì, dicembre 25th, 2009

Natale 2008. PrologoRumore di petardi, rumore di petardi: un fischio, un botto. 24 dicembre. Un bambino zompa ed è il segnale che ha sceso anche l’ultima rampa di scale di un palazzo sette appartamenti e parecchia monotonia.

Primo

«Dovete ricomprarvi il divano.», dice una signora ben vestita seduta proprio lì, come per provare l’arredamento. Appoggia anche le mani per misurare la consistenza dei cuscini e l’usura dei tessuti.
«Perché?», sputo io.
«Perché è vecchio: ve ne serve uno nuovo», continua spedita conoscendo bene l’argomento di discussione. «Poi quando ci porti la tua ragazza?»
«Cosa?», io: svelto.
«Eh! Quando ci porti la ragazza?», chiede.
«Non ci porto nessuna ragazza qui.», chiudo.

Secondo

«Sai che tuo nonno alla tua età era già sposato?», chiede la stessa signora del paragrafo sopra. «Tuo padre – vedi in quella foto quant’era bello? – aveva ventisei anni, anzi ne aveva ancora venticinque.» fa indicando una stampa della foto del giorno del matrimonio dei miei genitori.
«E allora?» Non ricordo conversazioni così, davvero; penso di non averle mai fatte con mia nonna.
«Tu non ce l’hai la ragazza?»
«No.»
«Perché nessuna ti si fila?», fa, ma non usa il verbo filare: forse prende in prestito un termine dialettale con lo stesso significato, ma ora non lo ricordo.
Che cazzo di domanda è? Sì, potrebbe esser vero che nessuna mi si fila, nonna, ma non si chiede. Penso soltanto, poi rispondo: «No.»
«Allora? Non c’è nessuna che ti piace?» Insiste. A 25 anni compiuti da poco scopro che è importante avere una ragazza, un po’ come un titolo di studio, un lavoro, qualunque altro “cazzo” che porta ad avere un ruolo nella società. Quale poi? Lei chiede, scava nella mia vita, ma sono terra dura, sono asfalto, e per quanto abbia mani robuste, lei, riesce solo a spostare la polvere.
«Nonna, ora devo laurearmi, devo trovare un lavoro, devo sistemarmi… Poi troverò il tempo per una ragazza.» Sento di mentire, ma è una scusa buona, da divano e famiglia, una di quelle da manuale che mi fa schifo (pensarmi un cliché).
«È vero.», riproduce con lo stesso mio tono: è una bugia.

Terzo

«Qualcuno di voi due prenderà casa mia, quando vi sposerete.», inizia, «Tanto a noi quanto ci è rimasto?» Nella battuta guarda prima me e mio fratello, poi lei e suo marito.
«Che dici?», caccio fuori con esatta convinzione. «Ma se state entrambi meglio di me!» Sembra retorica, un modo carino per fare un complimento, ma so benissimo la verità: stanno entrambi bene i miei parenti.
«Sì.»
«Io, nonna, non mi sposo.», dico prepotente come un bambino che vuole un giocattolo in più per natale.
«Tu non ti sposi?», chiede, ma gentile.
«No.»
«E se ti accade come … che è andato a dormire con la ragazza, il letto era grande, e…», minaccia.
«Sono cazzi suoi.», sentenzio come se dicessi una bestemmia.
(Silenzio.)

Buon natale. Quanto sono ovvio con questo augurio, quanto mi sento una replica tra l’altro venuta male, a metà come quando nella fotocopiatrice si inceppa la carta e bestemmi e la macchina lo fa con bip assordanti e lucine led intermittenti. Porcatroia! Auguri per queste festività sparse tra oggi e il 6 gennaio, ultima data della sequenza di giorni rossi sui calendari “normali”.

Ho voluto onorare quest’occasione tagliando brandelli delle prime conversazioni natalizie, pure le più sincere, poiché io coi parenti non ci vado molto d’accordo: sono un asociale perfetto e non è un motivo di vanto, ma oramai mi si accetta e io per primo lo faccio. Quindi ho strappato alcune parole, le ho ricomposte, abbellite, le ho messe qui: mi importa poco che vi illudiate di essere entrati così nel mio mondo, in quella sfera personale che credete intima e privata; io vi ho dato solo modo di affacciarvi.

Oggi è natale, oggi è venerdì, è un giorno colorato in modo differente sul calendario, è! Auguri e buoni regali, felici gioie confezionate coi nastrini colorati o coi sorrisi sbiancati; lieti doni. Il regalo più grande che ho ricevuto non potete neanche immaginarlo, non avete modo di toccarlo, neppure sfiorarlo; ha sbattuto contro di me come un tir in corsa, ma è questo l’attimo perfetto per chiudere la finestra e tenermi un segreto. Buone feste!

gilberto n. 6

sabato, dicembre 19th, 2009



gilberto n. 6, originally uploaded by Leonardo Taccari.

Gilberto.
Ilford Delta 400.
Seagull 203-I, f/3.5, 1/300.

development: Gilberto and i.

Agfa R09 One Shot 1+25, 10′.

Con gratitudine prenatalizia verso l’autore della foto, pubblico questo ritratto. Grazie Leonardo! (Su Flickr).